Training in canile

Cosa si trova a vivere un cane, una volta entrato in canile? Pensiamoci un attimo. Molto spesso questi sfortunati animali vengono legati fuori dal cancello del rifugio con una corda, vedono il loro padrone andarsene e non possono far nulla per raggiungerlo, se non abbaiare e disperarsi, invano.

Quando per un randagio si spalancano le porte del canile, ecco apparire un modo completamente sconosciuto, permeato da moltissimi odori, scosso da un numero esasperante di latrati, frequentato da persone a loro estranee.

E poi il box. Chiuso, a volte angusto. Sbarre.

Quasi tutti i nuovi arrivati rimangono in piedi davanti al cancello del box cercando di guardare fuori con la speranza di uscire, con quegli occhi che esprimono disagio, insofferenza e paura. Altri si rifugiano nella cuccia e rimangono lì, raggomitolati, indifferenti a tutto ciò che li circonda, rifiutando ciò che hanno intorno.

Non tutti i cani hanno la stessa capacità di adattamento: per alcuni, più esuberanti e socievoli, è più facile;  per altri, quella non è che una prigione dove non riusciranno mai ad essere sereni. I cani più timidi, più schivi, nel canile non possono che veder crescere le proprie paure. L’ambiente è privo di stimoli positivi e così tutto quello che hanno appreso fino a quel momento per ontogenesi, le loro mappe mentali, le loro rappresentazioni, pian piano svaniscono, per lasciare il posto a una situazione nuova e ostile.

In canile ogni giorno è uguale all’altro e il carattere dell’animale comincia inevitabilmente a soffrire di questa situazione di disagio, ottenendo di mutare (in peggio) il suo comportamento. Così, paure che prima erano latenti ora vengono improvvisamente fuori, oppure ne nascondo di nuove.

È in queste condizioni critiche che noi dobbiamo cercare di operare per il benessere di questi animali, per rendere migliore la loro qualità di vita.

E non solo.

Quando ci troviamo di fronte a un cane fortemente impaurito, la prima cosa che passa nella testa di un volontario in canile è che quel cane non riuscirà mai a essere adottato, a meno di un autentico colpo di fortuna, che il più delle volte deriva da un atto pietistico o d’affetto del volontario stesso, magari proprio quell’unica persona con cui il cane ha stabilito un legame di tipo affiliativo e verso cui riesce a controllare le proprie paure.

Gli stessi educatori cinofili preferiscono dedicarsi in primis a quei cani con più alto indice di adottabilità (IDA), in modo da poter trovare loro delle buone adozioni nel più breve tempo possibile. Questo non significa non lavorare anche sui cani con dei problemi del comportamento, ma considerato il poco tempo che generalmente si ha a disposizione quando si parla di canile, è chiaro che il miglioramento, se mai ci sarà, sarà molto lungo.

L’ideale sarebbe avere uno staff di persone in canile che siano in grado di seguire entrambi i gruppi di cani, quelli con l’IDA più alto, in modo da favorirne l’adozione, e quelli con basso IDA, al solo scopo – almeno nei primi tempi – di migliorarne la qualità di vita all’interno della struttura.

Per esperienza personale però, sappiamo bene che è sostanzialmente difficile avere la fortuna di poter contare su un numero elevato di educatori in canile; generalmente i volontari non vedono di buon occhio queste figure, ritenendole una sorta di cerchia “elitaria” che non ha voglia di sporcarsi le mani svolgendo il normale turno di lavoro (pulizie dei box, somministrazione del cibo e delle terapie), limitandosi a “giocare” o fare altre attività “secondarie” con i cani, per loro del tutto futili.

E non serve nemmeno spiegare che la qualità di vita di un cane migliora non solo dandogli da mangiare e mantenendolo in una situazione igienica e sanitaria adeguata, ma anche alleviandogli lo stress da canile, permettendogli di relazionarsi con le persone in modo non solo da soddisfare la sua motivazione sociale (in un cane generalmente sempre molto elevata), ma permettendogli di attivarsi cognitivamente e concentrarsi su cose piacevoli che gli consentano di tenere la mente lontana da quella sfera di emozioni negativi suscitata dall’ambiente-rifugio.

È vero, il canile è  tutto sommato la casa di questi cani, ad esso si sono ormai abituati e considerano box e cuccia come l’unica base sicura conosciuta, ma è altrettanto vero che sono stati costretti a trovarla per poter sopravvivere allo stress cui sono sottoposti ogni giorno: ricordiamoci quanto i cani siano sensibili agli odori e ai rumori. Il canile rimane un luogo pregno dell’odore di decine, se non centinaia, di individui, e di altrettanti latrati forsennati.

In questo clima di tensione, vi sono dei cani che, più di altri, hanno grosse difficoltà di ambientamento. Si tratta di quei cani su cui Phobos getta la sua ombra.

Come affrontare la paure o addirittura le fobie di un cane in questo contesto così poco agevole per il tipo di relazione che sarebbe necessaria instaurare con l’educatore?

Non è certamente facile: in genere la struttura è fornita – o dovrebbe esserlo – di un’adeguata area di sgambamento (o meglio ancora: di lavoro),  quanto più possibile lontana dal coro di vocalizzazioni degli altri cani, dove poter interagire in modo tranquillo con il cane.

È anche vero che esistono situazioni limite di individui che non riescono nemmeno a uscire dalla cuccia, e coi quali è necessario iniziare il lavoro all’interno del box o, in casi limite, spostare il cane in ambienti a lui più consoni, dove possa sentirsi più sicuro (vi sono infatti box più isolati e nascosti, altri decisamente più esposti al passaggio di altri cani e persone).

Una volta accertato di poter lavorare con un cane in una determinata condizione ambientale, ovvero che egli sia a suo agio – per quanto ciò sia possibile in canile – e sia quindi in grado di recepire quello che noi vorremmo trasmettergli, occorre studiare il metodo di lavoro migliore per lui.

Le tecniche, per così dire, da utilizzare per cercare di far vincere al cane le proprie paure, possono essere così riassunte:

– lavorare in modo da accrescere la sua autostima, per mezzo di rinforzi positivi;

– affiancare al cane un tutor che, per osmosi emozionale, lo aiuti ad autoaccreditarsi;

– attivare la motivazione sociale e la cognitività del cane tramite il gioco;

Chiaramente non si tratta di opzioni distinte di lavoro, ma è auspicabile riuscire a metterle in pratica tutte per ottenere il successo sperato.

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