La macchina fotografica: questa sconosciuta

16 03 2010

A noi l’idea che un cane possa aver paura di una macchina fotografica può far sorridere. Siamo abituati ai cani di casa, i nostri o quelli di amici, e questi animali a modo loro sanno cos’è una macchina fotografica, o per meglio dire sanno che non è pericolosa.

Un cane del canile questo non può saperlo. Non ne ha mai vista una e probabilmente quell’oggettino piccolo e (se metallizzata) luccicante, capace a volte di abbagliare non ha nulla di rassicurante, soprattutto perché noi lo mettiamo davanti agli occhi e il cane non può più leggere la nostra espressione facciale.

La macchina fotografica è il classico oggetto che, se associato a un evento traumatico (anche lieve), può suscitare paura nel cane. Immaginiamo ad esempio che nel momento in cui stiamo scattando una foto a un cane in canile, questo salta giù dalla cuccia e, rimanendo abbagliato dal flash, si fa male. Da quel momento in poi gli basterà vedere la macchinetta per andare in ansia. Quest’evento, se non bilanciato a dovere da un lavoro sulla coscienza dell’oggetto, potrebbe trasformare quella paura in una fobia. Allora gli basterà veder entrare nel settore quel particolare volontario addetto alle foto per andare in ansia. Il pericolo che questo sfoci in una generalizzazione non è poi così distante.

Qualche tempo fa abbiamo fatto la prova, entrando con la macchinetta fotografica, all’interno di un box dove ci sono tre cani con diversi livelli di pro-socialità: si tratta di Gigio, Creamy e Marvy.

Mentre Gigio è un cane molto socievole con le persone, le due femmine sono molto più timide; in particolare, mentre Creamy assume spesso atteggiamenti conflittuali, riuscendo a fidarsi delle persone salvo poi allontanarsi dopo pochi secondi e ritornare, Marvy ha serie difficoltà a lasciare che i volontari si avvicinino a lei per accarezzarla.

Vedremo come hanno reagito distintamente Gigio e Creamy (Marvy è sempre rimasta nella cuccia) alla vista di una persona con la macchina fotografica.

GIGIO

In una prima fase Gigio mostra timore verso la macchinetta fotografica: testa e orecchie basse, coda bassa, sguardo timoroso e postura rigida. Sta cercando di capire cosa ha di fronte.

Gigio fa avanti e indietro per il box, guardando ora la macchinetta ora altrove, la coda sempre bassa come pura la postura, combattuto tra l’idea di avvicinarsi e il non fidarsi a farlo.

Gigio ha deciso di tentare di avvicinarsi e lo fa con passo cauto, la testa sempre bassa e l’andatura lenta, per darsi il tempo di studiare la macchina fotografica.

Gigio ce l’ha fatta: ha superato la paura ed è venuto a prendersi le meritate coccole.

CREAMY

In un primo momento Creamy sembra interessarsi a noi, si avvicina leggermente scodinzolando, per poi però fermarsi e temporeggiare, facendo qualche passo indietro, combattuta se fidarsi o meno.

Poco dopo però Creamy decide di non fidarsi e si volta, all ontanandosi e tornando indietro.

Dopo aver visto Gigio avvicinarsi, Creamy decide di imitarlo e, per osmosi emozionale, arriva da noi con fare circospetto.

Infine riusciamo persino a farci dare una bella annusata alle mani. Basta questo, perché poco dopo, Creamy tornerà nella sua cuccia.

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Imprinting

16 03 2010

L’Imprinting è l’assimilazione di un animale alla propria specie, è il prendere coscienza di appartenere a questa o a quella specie, è l’identificazione dei propri cospecifici in qualità di partners sociali e sessuali, è il raggiungimento della cognizione di sé.

Un cane non nasce sapendo di essere cane, ma è importante che scopra di esserlo.

Il percorso è lungo è difficile per il cucciolo e sta alla madre aiutarlo, indirizzandolo attraverso le sue prime settimane di vita in modo che impari le regole fondamentali di quella che sarà la sua esistenza.

Ma analizziamo attentamente le varie fasi in cui si divide la crescita del cucciolo:

Periodo prenatale

Alcuni studi ipotizzano che il periodo prenatale possa avere la sua influenza sulla formazione del cucciolo, e sono intesi a dimostrare che se la madre è sottoposta a stress particolari, il feto ne possa risentire, con conseguenze negative sui piccoli che nasceranno.

Periodo neonatale: prima e seconda settimana di vita.

I cuccioli nascono ciechi e sordi e sta alla madre stimolare il loro primo respiro leccandoli nella zona ombelico-genitale (se la cagna è al primo parto c’è il rischio che non sappia comportarsi correttamente). Inoltre sta sempre a lei stimolarli nella zona genitale affinché essi eliminino feci ed urina (se i cuccioli sono starà a noi eseguire questa delicata operazione, altrimenti moriranno). Nel momento in cui la madre li capovolge a pancia in su e li lecca per stimolarli, esegue nello stesso tempo un particolare e importantissimo insegnamento ai piccoli: si tratta del comportamento di “sottomissione passiva” a pancia all’aria,che in fase adulta risulta indispensabile al cane per comunicare la propria sottomissione a un altro adulto e, quindi, inibire nell’altro l’aggressività. Molto spesso due cani in conflitto per dominanza ritualizzano in questo modo la vittoria dell’uno sull’altro, senza dover ricorrere a una vera e propria lite. Un cane che da cucciolo non venga stimolato a posizione supina – generalmente perché orfano e quindi allevato in maniera sbagliata dall’uomo – non saprà ritualizzare la sottomissione passiva e avrà, in seguito, grandi difficoltà a relazionarsi con i propri simili, coi quali tenderà a scontrarsi ripetutamente rischiando gravi conseguenze.
Un’altra cosa importante è il contatto fisico. Le cucciolate sono solitamente numerose e i piccoli sono ammucchiati gli uni sugli altri accanto alla madre per suggere il latte. Cuccioli che vengano tolti precocemente alla madre – e saranno quindi privi di questi continui contatti – è probabile che crescano in modo scorretto, manifestando fastidi nelle stimolazioni tattili da parte dell’uomo e conseguente ostilità

In questa fase è importante che i cuccioli ricevano tutti gli stimoli naturali per cui sono predisposti. L’eventuale assenza di determinati stimoli può causare alterazioni funzionali nell’adulto. Già in questa fase inoltre i cuccioli sviluppano una certa capacità di discriminazione. Essi reagiscono ai rinforzi positivi – il latte, il contatto con il pelo, il calore della madre – importanti al fine dell’apprendimento.

Infine, contrariamente a quanto si credeva in passato, manipolare i cuccioli fin da questa età in modo leggero e non continuativo, può avere effetti positivi sul comportamento del cane nei nostri confronti, man mano che crescerà.

Periodo di transizione: terza settimana di vita

Durante il periodo di transizione, all’incirca nella terza settimana di vita, si assiste ad uno sviluppo fisico e nervoso molto rapido, che porta il cucciolo ad acquisire gli ultimi elementi sensoriali. Così mentre la corteccia cerebrale termina il suo sviluppo i piccoli aprono gli occhi, cominciano a sentire i suoni, gli spuntano i denti, imparano a fare i bisogni senza più gli stimoli della madre, alcuni cominciano a reggersi sulle zampe e a scodinzolare.

Alla percezione di sempre maggiori stimoli, corrisponde un inizio di indipendenza dalla madre, che tuttavia non deve significare che possano separarsene: questa eventualità potrebbe causare gravi danni comportamentali nel cane che sta crescendo.

Periodo di socializzazione: dalla quarta alla decima/dodicesima settimana di vita.
In questo periodo, si definiscono i rapporti sociali all’interno della cucciolata, si sviluppa completamente il comportamento di evitamento ed il gioco e dall’ottava settimana si notano le prime reazioni di paura. I piccoli familiarizzano coni fratelli, con l’ambiente circostante, con la madre e con gli esseri umani.
Il ruolo della madre e dei fratelli è ora determinante. La madre può cominciare a insegnare ai piccoli a controllare il morso e la stretta mandibolare (“inibizione del morso”) e quindi a giocare senza stringere eccessivamente. Nei casi in cui questo particolare insegnamento non avviene – cucciolo separato troppo presto dalla madre o cagna primipara – il cane potrebbe crescere senza la giusta inibizione del morso e quindi giocare con l’uomo o con altri cani senza rendersi conto di stringere troppo e provocare dolore: se il cane in questione è un adulto di grossa mole, questo può divetare un comportamento molto pericoloso e di difficile gestazione.
La madre inoltre insegna ai piccoli a ringhiare e la “gerarchizzazione alimentare” (rispettare un ordine gerarchico per mangiare).
Anche la calma e l’autocontrollo vengono appresi grazie agli atteggiamenti materni: crescendo, i cuccioli divengono sempre più intraprendenti ed esigenti e allora la madre, appoggiando la zampa sulla loro schiena ed emettendo un basso ringhio, li convince a smettere e a controllarsi. Nel caso di cuccioli tolti alla madre, crescendo essi potrebbero diventare adulti iperattivi, difficili da gestire e da controllare da parte dei padroni.
Il gioco con i fratelli ora è diventata un’attività primaria. Giocando essi imparano quei comportamenti ed atteggiamenti che saranno poi indispensabili da adulti: la monta, la caccia, l’agguato, l’uso della coda, della bocca, ecc.

Il gioco è per loro una vera e propria “palestra di vita” e se viene a mancare (cuccioli orfani e/o isolati dai cospecifici) crescendo avranno grossi problemi di socializzazione con i loro cospecifici e saranno orientati a interagire più con le persone che con i propri simili.

In questa fase, l’interesse verso i cospecifici si sposta verso l’uomo e poi verso tutto ciò che è nuovo (altri animali, ambienti sconosciuti ecc.).

E’ quindi importante che il cucciolo verso le 3-5 settimane di vita inizi a interagire con altri cuccioli e comunque entro i tre mesi di vita, è importante che impari a interagire sia con gli uomini che con altri animali in modo che la sua socializzazione sia completa e non dia problemi una volta diventato adulto.

E’ da sottolineare che la socializzazione interspecifica non ha le stesse caratteristiche dell’identificazione di specie: la socializzazione con specie diverse richiede infatti molta più fatica di quella intraspecifica e sono indispensabili rinforzi perché rimanga nel tempo e inoltre dipende molto dai singoli individui (uomo, donna, bambino, di colore, con cappello, con barba ecc.)
Un cucciolo che cresca senza vedere mai un bambino, da adulto potrebbe riconoscerlo come “essere umano” ma come “animale” e questo è uno dei motivi per cui a volte alcuni cani aggrediscono dei bambini, scambiandoli per prede naturali.
Questo significa che è fondamentale per la crescita del cucciolo, che egli viva tane esperienze diverse, sempre nel rispetto del suo equilibrio interiore (quindi meglio interrompere se il piccolo risulta eccessivamente spaventato e rivolgersi a un educatore comportamentista).

Infine, nella fase di socializzazione, i cuccioli nell’adattarsi a determinati ambienti, odori, suoni, imparano a sentirsi più sicuri e per questo è importante fargli conoscere da subito i diversi ambienti in cui cresceranno, cosicché non debbano aver paura di fare nuove scoperte. Un cane cresciuto in campagna e portato in città da adulto, ne sarà spaventato e avrà difficoltà ad ambientarsi; ma un cane che fin da cucciolo ha visto sia la tranquillità della natura che il caos della città, crescerà più sereno e sicuro di sé.





I cuccioli calabresi

15 03 2010

Un caso che abbiamo seguito un annetto fa, è quello di due cuccioli che vivevano randagi in Calabria. Quando si fa volontriato in canile, si finisce per avere un cuore sempre troppo grande. Così, dopo aver letto un annuncio che parlava di questa situazione limite, in cui due cuccioli erano abbandonati per strada da soli e senza mamma, in un paesino sperduto della Calabria, dove, si sa, ai cani non viene data molta considerazione, decidemmo di comune accordo con Alessandra, anche lei volontaria in canile, di farli arrivare a Roma, sperando di riuscire a trovare al più presto una famiglia pronta ad accoglierli.

In realtà, fin dal loro arrivo, ci rendemmo conto che erano molto spaventati, ma sul momento attribuimmo la cosa al lungo viaggio e al repentino cambio di ambiente.

Li chiamammo Tristano e Isotta,  avevano circa tre mesi e un mucchio di speranze per un futuro roseo.

Non avendo possibilità di tenerli in casa, li mettemmo in una pensione dove Alessandra andava tutti i giorni per farli mangiare e, quando possibile, portare fuori a passeggio. Mentre Isotta sembrava sì timida, ma comunque ben disposta nei nostri confronti, Tristano ci apparve subito più problematico. Diffidente, sempre in disparte, non si avvicinava a noi, girava al largo guardandoci di sottecchi, facendo ampi giri per studiare i nostri movimenti, costantemente teso.

Mentre il tempo passava e noi spargevamo in giro annunci su annunci, la loro mole, che cresceva rapidamente verso la taglia grande, e il loro carattere introverso, non ci aiutavano a promuoverne a dovere l’adozione.

E così il passar dei mesi e l’ambiente privo di stimoli positivi, contribuirono a rendere i due cuccioli ancora più diffidenti di quand’erano arrivati. Le loro paure sembravano aumentare.

Ormai avevano cinque mesi, erano con noi da due e niente si muoveva. Cominciammo seriamente a pentirci della decisione di portare via quei cuccioli dalla Calabria con la presunzione che sarebbe stato facile farli adottare.

Poi, le cose iniziarono a girare. Alessandra trovò casa a Tristano presso una sua collega, rimasta colpita dalla storia di questo cucciolone che non si fidava di nessuno, che non si lasciava avvicinare, che si faceva mettere il guinzaglio solo dopo essersi schiacciato addosso al muro con uno sguardo carico di paura. Dopo aver illustrato apertamente a questa signora tutte le difficoltà che quell’adozione avrebbe comportato, prima fra tutte l’eventualità che ci sarebbero potuti voler dei mesi prima di riuscire a stabilire un contatto ravvicinato col cane, lei, ben determinata, decise di adottarlo. Prima che lo portasse con sé le suggerimmo di lasciarlo tranquillo per i primi tempi, di non forzarlo a stabilire un contatto, di fare tutto come se lui non esistesse, lasciando che fosse lui a decidere di fare il primo passo.

E cosi fece, ma le cose non sembrarono andare molto bene.

Tristano si rintanò nell’angolo più nascosto del giardino e, per non farsi vedere in giro, usciva dal suo nascondiglio per mangiare soltanto la notte. Se ne stava sempre celato alla vista, fermo in quel cantuccio dove in seguito fu sistemata la sua cuccia, muovendosi solo in assenza delle persone.

Fu una cosa molto lunga e la signora, che forse aveva sottovalutato l’impegno, più di una volta mostrò segni di cedimento verso quel cucciolo che non sembrava essere minimamente felice della sua nuova vita.

Ma ha tenuto duro. Anzi entrambi hanno tenuto duro. E pian piano, Tristano ha fatto i suoi passi. Senza forzature.

Ci sono voluti molti mesi, ma  col tempo ha iniziato a mangiare (anche con gli esseri umani nei paraggi) e a farsi un giro in giardino, sempre guardingo, pure se non era solo.

Oggi è un cane con tante difficoltà: se arriva qualcuno a casa, che non siano i suoi padroni, si rifugia nel suo angolo e non si fa toccare; al di fuori dal suo giardino non si sente sicuro e quindi non ama uscire in passeggiata. Nonostante tutto però, ha trovato una sua dimensione e, ciò che più conta, ha imparato a fidarsi delle persone della sua famiglia umana; con loro è sereno, riesce a godersi le carezze e a farsi una corsa in giardino dimenticando, anche se per poco, le sue terribili paure.

Per Isotta, la sorellina, c’è voluto ancora più tempo perché trovasse una casa, ma alla fine le si sono spalancate le porte di una villetta nientemeno che a Bolzano.

Pensavamo che per lei fosse più facile ambientarsi, poiché sembrava più socievole del fratello, ma ci sbagliavamo.

Come Tristano, si scelse un angolo del giardino, ben nascosto, e rimase lì.

Dopo quattro giorni, la ragazza che l’aveva adottata ci chiamò dicendo che voleva riportarla a Roma perché la piccola non mangiava, non interagiva né con loro, né con il loro cane e lei pensava fosse una crudeltà tenerla in quel modo, visto che io le avevo parlato si di una cagnolina timida ma non certo inavvicinabile. Fu una sorpresa anche per noi rivedere in lei gli stessi problemi del fratello.

Chiedemmo all’adottante di darle un po’ di tempo, di non forzarla, di lasciarla tranquilla nella sua cuccia, lasciandole modo di prendere coraggio e fare il primo passo. Qualche giorno dopo ci arrivò via e-mail una foto di Isotta assieme a dei bambini! La sua padrona ci scrisse che aveva invitato dei bambini a casa per il compleanno del figlio; erano pochi, appena cinque bambini, e giocavano fuori in giardino. Lei aveva detto loro di lasciare in pace Isotta, ma lei, a un certo punto, incuriosita forse dal clamore e dalle risa, era uscita dalla cuccia e con fare timido si era avvicinata ai bambini.

Questa cosa ci ha ragionevolmente colpito, poiché la prima cosa che avevamo pensato nel sentir parlare di un bambino, era che un cane così timido potesse seriamente spaventarsi di fronte ai modi sempre troppo vivaci dei bambini.  Per qualche motivo, invece, su di lei ha avuto l’effetto opposto.

Non è da escludere che, nella strada polverosa della Calabria da cui è stata prelevata, non giocasse con dei bambini. È soltanto una congettura, ma il loro ricordo potrebbe averla spinta ad avvicinarsi anche ai piccoli bolzanesi.

Giorno dopo giorno Isotta ha acquistato sempre più fiducia e oggi, pur  avendo un atteggiamento dimesso verso gli uomini (è molto più socievole verso le donne), è un cane sereno, capace di andare in vacanza con tutta la sua famiglia su un camper, a zonzo per l’Italia.





Cani tutor e osmosi emozionale

8 03 2010

Può capitare che un cane abbia delle paure talmente radicate verso le  persone o verso l’ambiente canile, da impedirgli di fatto qualsiasi interazione con noi, nonostante l’uso di bocconcini.

Se questo accade, l’ostacolo da superare potrebbe essere insormontabile. Bisognerebbe interpellare un veterinario comportamentalista, il quale con ogni probabilità affiancherebbe una terapia medica a quella comportamentale.

Non ci addentreremo in questo campo, almeno per il momento.

C’è una possibilità prima di arrivare a tanto.

Spesso, un cane che è giunto a tale livello di paura è un cane che ha vissuto sempre in box da solo o in compagnia di altri cani con il suo stesso stato emozionale. Cani che hanno rinforzato, nel tempo, le proprie rispettive paure – a volte fino a farne delle autentiche fobie – e da cui non sono in grado di uscire con il semplice intervento umano.

In canile ci è capitato diverse volte di trovarci a spostare cani con questo tipo di problemi in box dov’erano presenti cani con un’alta motivazione sociale interspecifica. Così, quando quel cane pauroso ha cominciato a vedere il suo compagno (o la sua compagna) relazionarsi in modo aperto con noi, farsi accarezzare senza remora alcuna, la prima cosa che abbiamo scorto è stato una sorta di interesse misto a stupore, in quello che fino ad allora si era sempre mostrato come uno guardo fisso e in continua allerta. Ciò non significa che abbiamo mai assistito a dei miracoli: un cane non muta atteggiamento da un giorno all’altro, ma accade qualcosa in lui, che lo porta a riconsiderare le rappresentazioni interne che si è fatto di quella data situazione e di quelle date persone. È, naturalmente, solo l’inizio di un processo lungo e impegnativo.





Il gioco

8 03 2010

Un cane impara fin dalla nascita a relazionarsi con i suoi simili per mezzo del gioco. La lotta coi fratellini per arrivare alle mammelle della madre, le simulazioni di lotta, i rituali di sottomissione, tutto nella vita di un cucciolo avviene per mezzo del gioco. Crescendo, il cane trasforma quei rituali in rappresentazioni di vita e basa su di esse le risposte agli stimoli che riceve dall’esterno.

Quando un cane ha paura di qualcosa, non pensa certo a giocare; la sua attenzione è interamente rivolta all’oggetto della sua inquietudine. Quello che però è possibile fare, per mezzo del gioco, è anticipare il momento in cui la paura sta per manifestarsi, se siamo in grado di farlo. Ad esempio, se sappiamo che quel cane ha paura di un certo rumore o di un dato individuo che sappiamo essere sul punto di arrivare, possiamo distrarlo attirando la sua attenzione con un gioco che lo attivi cognitivamente e richieda la sua attenzione su quella cosa particolare. In quest’ottica, tirargli la pallina potrebbe non assolvere a questa funzione, poiché una volta recuperata, egli potrebbe essere attratto dall’oggetto della sua paura.

È consigliabile utilizzare giochi che richiedano una concentrazione piuttosto lunga, come un problem solving (per esempio oggetti con all’interno dei bocconcini che il cane debba cercare di aprire per mangiarli); o esercizi di Doggy zen, che richiedano una centripetazione del cane nei nostri confronti (ad esempio, per iniziare: tenere in mano dei bocconcini e lasciarglieli mangiare solo quando ci guarda, premiando la ricerca di relazione).

In sostanza si tratta di mettere in atto una serie di attività che siano piacevoli per il cane e allontanino la sua attenzione dalla paura; a lungo andare, questo esercizio potrebbe attenuare molto la paura di questo o quello stimolo esterno, in quando inizierebbe ad associarvi non più l’elemento negativo paura ma qualcosa di positivo.

Per finire, come non citare gli attrezzi di mobility dog, utilissimi per permettere al cane di prendere maggior confidenza con i movimenti (esercizio di salire e scendere da una rampa ruvida), con l’equilibrio (camminare su una stretta passerella), con i rumori (muoversi sopra una superficie scricchiolante come ad esempio una ondulina), con i luoghi chiusi e/o stretti (attraversare una “galleria” come per esempio un tubo rigido o una struttura appositamente creata), facendo sì che aumenti la consapevolezza del e, di conseguenza, l’autostima.

In canile è assai difficile riuscire a mettere in pratica questo tipo di lavoro, specialmente se non si dispone, come spesso accade, di un’area apposita, attrezzata all’occorrenza.

Quello che  si può fare è portare fuori i cani al guinzaglio, in passeggiata.  Non si può parlare di gioco in questo caso, ma di un inizio di relazione uomo-cane. In questi casi, una volta fuori dal canile, sia pure al guinzaglio, è possibile mettere in pratica qualcuno degli esercizi suddetti.





Carlotta

8 03 2010

Carlotta è un simil pastore maremmano di circa dieci anni. Per lungo tempo ha vissuto assieme alla sorella Isotta in una zona molto interna del canile. Da questa zona, per poter accedere all’area di sgambamento, si deve necessariamente passare attraverso uno stretto corridoio sul quale si affacciano gli altri box. Lei e la sorella erano purtroppo note per non voler mai uscire dal loro box.

Quando venivano aperte per le pulizie, ci scodinzolavano timide e noi volontari le coccolavamo un po’ prima di pulire  e dar loro da mangiare. Non uscivano quasi mai e quando decidevano di provarci, dopo pochi passi rientravano nel box.

Quando Isotta è venuta a mancare e lei è rimasta sola, ha improvvisamente smesso anche solo di provare a uscire dal box. Lei e la sorella erano sempre vicine, erano legatissime, entrambe timide, si facevano forza a vicenda ma, di contro, nessuna delle due era abbastanza forte da dare fiducia all’altra, cosicché erano rintanate nel loro piccolo mondo senza riuscire a uscirne.

In seguito, per non lasciare Carlotta da sola, le abbiamo messo vicino un nuovo compagno, anche lui maremmano, ma dal carattere aperto e socievole, che accedeva all’area di sgambamento senza alcun problema.

A quel punto,  Carlotta ha trovato il coraggio di seguirlo e attraversare tutto il corridoio per uscire. Era una vittoria insperata, per noi, e anche se non lo faceva sempre, sapevamo che era un bel passato avanti per lei.

Purtroppo, in seguito, si è reso necessario spostare altrove il suo nuovo compagno, e al suo posto è arrivato un lupetto che non era proprio un cuor di leone. A quel punto, nonostante lui accedesse all’area esterna, Carlotta ha smesso di uscire. A quel punto abbiamo deciso di tentare il tutto per tutto e spostare la dolce maremmana in un box adiacente all’area di sgambamento.

Il risultato è stato immediato e sorprendente.

Non solo ora Carlotta esce senza problemi, ma la vediamo correre con l’espressione gioiosa, cosa che prima capitava assai di rado.

Quello che abbiamo intuito, quando l’abbiamo vista uscire la prima volta insieme al nuovo compagno, è stato che Carlotta avesse paura non dell’uscita dal box in quanto tale, ma del corridoio dove era costretta a passare per raggiungere l’area esterna. La sua paura era rivolta a quella situazione, agli abbai dei cani, allo stato di ansia e stress che evidentemente la prendeva nel dover compiere quell’azione. Una volta cambiato l’ambiente, si è trovata in una situazione più serena e anche se non possiamo dire che Carlotta abbia “vinto” la sua paura, noi siamo riusciti a comprenderla e a darle la possibilità di guadagnare fiducia in se stessa.

Nel suo caso quindi, essere affiancata da un cane altamente sociale le ha permesso, per osmosi emozionale, di autoaccreditarsi e vincere quello scoglio che era lo stretto passaggio tra i box, e ha permesso a noi di comprendere come la situazione ambientale in cui si trovava non fosse assolutamente adatta a lei e andasse radicalmente cambiata.