La macchina fotografica: questa sconosciuta

16 03 2010

A noi l’idea che un cane possa aver paura di una macchina fotografica può far sorridere. Siamo abituati ai cani di casa, i nostri o quelli di amici, e questi animali a modo loro sanno cos’è una macchina fotografica, o per meglio dire sanno che non è pericolosa.

Un cane del canile questo non può saperlo. Non ne ha mai vista una e probabilmente quell’oggettino piccolo e (se metallizzata) luccicante, capace a volte di abbagliare non ha nulla di rassicurante, soprattutto perché noi lo mettiamo davanti agli occhi e il cane non può più leggere la nostra espressione facciale.

La macchina fotografica è il classico oggetto che, se associato a un evento traumatico (anche lieve), può suscitare paura nel cane. Immaginiamo ad esempio che nel momento in cui stiamo scattando una foto a un cane in canile, questo salta giù dalla cuccia e, rimanendo abbagliato dal flash, si fa male. Da quel momento in poi gli basterà vedere la macchinetta per andare in ansia. Quest’evento, se non bilanciato a dovere da un lavoro sulla coscienza dell’oggetto, potrebbe trasformare quella paura in una fobia. Allora gli basterà veder entrare nel settore quel particolare volontario addetto alle foto per andare in ansia. Il pericolo che questo sfoci in una generalizzazione non è poi così distante.

Qualche tempo fa abbiamo fatto la prova, entrando con la macchinetta fotografica, all’interno di un box dove ci sono tre cani con diversi livelli di pro-socialità: si tratta di Gigio, Creamy e Marvy.

Mentre Gigio è un cane molto socievole con le persone, le due femmine sono molto più timide; in particolare, mentre Creamy assume spesso atteggiamenti conflittuali, riuscendo a fidarsi delle persone salvo poi allontanarsi dopo pochi secondi e ritornare, Marvy ha serie difficoltà a lasciare che i volontari si avvicinino a lei per accarezzarla.

Vedremo come hanno reagito distintamente Gigio e Creamy (Marvy è sempre rimasta nella cuccia) alla vista di una persona con la macchina fotografica.

GIGIO

In una prima fase Gigio mostra timore verso la macchinetta fotografica: testa e orecchie basse, coda bassa, sguardo timoroso e postura rigida. Sta cercando di capire cosa ha di fronte.

Gigio fa avanti e indietro per il box, guardando ora la macchinetta ora altrove, la coda sempre bassa come pura la postura, combattuto tra l’idea di avvicinarsi e il non fidarsi a farlo.

Gigio ha deciso di tentare di avvicinarsi e lo fa con passo cauto, la testa sempre bassa e l’andatura lenta, per darsi il tempo di studiare la macchina fotografica.

Gigio ce l’ha fatta: ha superato la paura ed è venuto a prendersi le meritate coccole.

CREAMY

In un primo momento Creamy sembra interessarsi a noi, si avvicina leggermente scodinzolando, per poi però fermarsi e temporeggiare, facendo qualche passo indietro, combattuta se fidarsi o meno.

Poco dopo però Creamy decide di non fidarsi e si volta, all ontanandosi e tornando indietro.

Dopo aver visto Gigio avvicinarsi, Creamy decide di imitarlo e, per osmosi emozionale, arriva da noi con fare circospetto.

Infine riusciamo persino a farci dare una bella annusata alle mani. Basta questo, perché poco dopo, Creamy tornerà nella sua cuccia.

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Ansia da separazione

16 03 2010

L’ansia da separazione è uno stato emotivo del cane piuttosto diffuso, comune soprattutto a quei cani che sono stati eccessivamente coccolati da cuccioli, troppo “viziati” e abituati ad avere il massimo dell’attenzione. Anche un cane che abbia vissuto una vita in canile, una volta adottato si trova a dover affrontare un mondo del tutto nuovo e sconosciuto e conseguentemente, finisce per legarsi morbosamente al suo nuovo padrone. Qualunque sia il motivo che scatena nel cane l’ansia da separazione, gli effetti possono essere “devastanti” sia per il nostro rapporto con lui, sia per l’ambiente nel quale egli vive.

Nel dettaglio, i comportamenti del cane che soffre di ansia da separazione sono un’improvvisa smania che si trasforma in distruttività verso tutto ciò che è a portata di mano (rosicchiare porte, mobili e muri, strappare divani e tappeti, distruggere qualsiasi altro oggetto cui riescono ad arrivare), in abbai, uggiolii e ululati alternati o continui (a partire da quando usciamo e fino al nostro ritorno, per la “gioia” dei nostri vicini con cui finiremo per arrivare ai ferri corti).

Sempre a causa di questa terribile ansia, il cane a volte fa i bisogni in casa, anche qualora sia stato abituato a farli fuori, e a questo comportamento può seguire la coprofagia (l’animale mangia le proprie feci). Infine il cane in ansia da separazione ci segue dappertutto in casa come fosse la nostra ombra e ci riempie di feste ogni volta che rientriamo, anche se siamo usciti da pochi minuti, agitandosi e uggiolando felice. Generalmente se un cane manifesta uno di questi comportamenti non è detto che soffra necessariamente di questa patologia, poiché i cani giovani, non educati o iperattivi tendono ad abbaiare se annoiati o ad essere distruttivi se non si dedica loro sufficiente attenzione; inoltre prima di arrabbiarci perché il nostro cane ha fatto un bisogno in casa, chiediamoci se sia trascorso troppo tempo dall’ultima volta che lo abbiamo portato fuori o se possa aver avuto un problema intestinale; infine, è nell’indole del cane fare molte feste all’uomo e queste diventano patologiche solo se in concomitanza con uno degli altri comportamenti sopra descritti.

Molto spesso l’ansia da separazione va ricondotta a un nostro errore nella crescita del cucciolo: lo abbiamo viziato troppo, accontentandolo sempre, aiutandolo in tutti i momenti di difficoltà, cosicché il cane crescendo non ha imparato a contare sulle proprie capacità e una volta che viene a mancare la nostra presenza, entra in ansia e inizia ad abbaiare e a distruggere porte con l’idea di trovarci.

E’ importante crescere il nostro cane sì con amore, ma senza esagerare, lasciandogli lo spazio necessario per imparare ad essere indipendente da noi. E’ consigliabile abituarlo sin da cucciolo a restare solo a intervalli dapprima brevi e poi sempre più lunghi; quando usciamo e rientriamo in casa evitiamo di dedicargli troppe attenzioni in modo che non pensi che la separazione sia una cosa troppo importante; se al nostro rientro troviamo i suoi bisogni per casa o i mobili rosicchiati, evitiamo di arrabbiarci con lui, poiché non sono dispetti bensì segnali di un disagio grave ed egli non sarà comunque in grado di associare la punizione al suo comportamento, bensì la assocerà al nostro rientro a casa, e questo lo manderà ancor più in ansia tutte le volte che rientreremo. A volte, può capitare che questa patologia sia così grave da richiedere il cosulto di un comportamentista, che saprà meglio indirizzarci ed eventualmente consigliarci una terapia farmacologica adeguata.





Interpretare i segnali

8 03 2010

Per consentirci di comprendere il loro stato d’animo, i cani ci mandano continuamente dei segnali, tramite i quali cercano di farci capire quando sono ben disposti nei nostri confronti, quando hanno voglia di giocare, quando invece sono a disagio o, peggio, hanno paura.

Si tratta di una serie di segnali di stress (grattarsi, sbadigliare) e calmanti (come leccarsi il muso, guardare l’altro in modo non diretto, avvicinarsi seguendo traiettorie non dirette, mettersi pancia a terra, socchiudere gli occhi), che il cane usa per calmare se stesso innanzitutto, per darsi modo di trovare la giusta risposta a uno stimolo esterno, e per tenere bassa la tensione di un nuovo incontro; vi sono poi i segnali di pacificazione (assumere atteggiamenti et-epimeletici come mettersi pancia all’aria, invitare al gioco, leccarsi il muso) e di criptazione (voltare la testa altrove, annusare in terra, sedersi di spalle), che vengono usati per lo più per far comprendere all’altro individuo – sia esso uomo o cane – il proprio stato d’animo, le proprie intenzioni benevole (nel caso di pacificazione) o di indifferenza e chiusura (nel caso di criptazione).

I segnali di disposizione (legate alla postura: baricentro spostato avanti o indietro, altezza della coda, disposizione delle orecchie), permettono al cane di informare gli altri di come si pone di fronte a una data situazione (come può essere un nuovo incontro o un altro stimolo esterno); i segnali di richiesta, di ingaggio e di allerta servono al cane per invitare l’altro in un’attività piacevole (es. gioco o epimelesi), avvisare gli altri di un’attività che si sta per intraprendere (es. abbaiando) o di un pericolo di fronte al quale reagire (l’abbaio in questi casi può avere funzioni diverse e differenti tonalità);  ci sono poi i segnali di presenza (la marcatura o l’abbaio), per avvisare della propria presenza su un territorio.

Per riconoscere quando un cane ha paura, dobbiamo saper osservare tutti questi segnali. In particolar modo, un cane che emetta continuamente segnali di calma e di pacificazione, ci sta comunicando tutto il suo disagio di fronte a una data situazione.

La postura, in questi casi, a seconda che sia spostata indietro o in avanti, può esserci utile per capire se, di fronte a questo disagio, egli reagirà in modo remissivo o aggressivo.

Altri segnali possiamo leggerli nella mimica facciale (ad es. mostrare i denti, sguardo fisso o sfuggente), nella gestualità del corpo (movimento della coda, delle orecchie, della lingua) e nel movimento (come le traiettorie, diritte o curve), nella prossemica (vicinanza o lontananza dagli altri soggetti)  e nell’osservazione del pelo (come la classica piloerezione del mantello sulla schiena).

Il classico cane che ringhia col pelo dritto è certamente un cane potenzialmente aggressivo, ma qui occorre osservare con attenzione altri elementi: se le orecchie sono tese indietro, la postura è bassa e la coda è tra le gambe, ci troviamo di fronte a un cane che, con ogni probabilità, ci attaccherà solo se continueremo a importunarlo, fosse anche solo guardandolo, perché ha paura di noi. In un caso come quello appena descritto, il baricentro spostato all’indietro potrebbe però essere suscettibile di un’interpretazione differente: il cane potrebbe essere più disposto alla fuga che ad aggredire.

Sfortunatamente, la maggior parte delle persone, anche quelle che hanno un cane, non sanno interpretare i messaggi che ricevano dal proprio compagno a quattro zampe.

Difficilmente, di fronte a un cane che esprime disagio, la gente si domanda a cosa è dovuta tale reazione. Il più delle volte il primo pensiero è che quel povero cane è stato maltrattato, il che potrebbe essere anche vero, ma in tal caso la prima cosa da fare sarebbe cambiare totalmente approccio, cercando di destare l’interesse nel cane nei nostri confronti e non obbligarlo a interagire con noi.

Se solo guardassimo di più i nostri cani, impareremmo molte cose. Basterebbe osservali giocare al parco per rendersi conto di chi, in un gruppo di cani, in quel momento si diverte di più o di meno, se c’è qualcuno in soggezione rispetto agli altri, se è presente un elemento più forte che tende a prevaricare gli altri, chi tra di essi emette in modo più insistente segnali di calma per allentare la tensione.

Già questo potrebbe essere utile a inquadrare che tipo di relazione, il nostro cane, è abituato a impostare con i conspecifici.

Sfortunatamente, molte persone portano il proprio cane al parco con l’idea di lasciarlo “sfogare”, senza badare molto a come si comporta, passando quella mezz’ora – spesso anche meno – al cellulare o chiacchierando con gli altri “canari”.

Non è inusuale che proprio questo fenomeno sia all’origine del malessere – per i proprietari inspiegabile – a causa del quale questi cani non si divertono affatto quando vengono portati al parco.

Sforzarci di capire i nostri cani, dedicandogli appieno il nostro tempo, è la base per cercare di risolvere alcune delle loro paure che, non di rado, dipendono – o vengono accentuate – da nostri errati comportamenti.

In canile, queste situazioni sono portare all’eccesso, sia per lo scarso tempo a disposizione dei volontari, sia per la difficoltà di relazionarsi a dovere con i cani (ambiente rumoroso, larga diffusione di odori, livello di stress molto alto ecc.), ma ciononostante è possibile osservare il comportamento dei cani durante le  uscire nel loro settore, nonché all’interno dei box, cercando di comprendere i segnali che ci mandano.

Capirli è essenziale per poter iniziare un percorso, lungo e non certo facile, che col passar del tempo – del nostro tempo – potrà arrivare a dare dei buoni frutti.

A loro modo, i cani parlano.

Siamo noi che non li capiamo.





Rinforzo positivo e autoaccreditamento

8 03 2010

Nella maggior parte dei cani, la motivazione primaria dell’appetito è molto forte e riesce a far vincere loro – anche se solo per un momento – anche stati paurosi ben radicati.

Non è inusuale infatti che al rifugio, cani che normalmente si tengono a distanza da noi, poi vengano a mangiare un bocconcino dalla nostra mano, se glielo porgiamo nel modo giusto (generalmente accovacciati e guardando altrove); si tratta di brevi istanti, dopodiché il cane gira sui tacchi e fa quei due o tre metri che gli consentono di tenerci al di fuori della sua cosiddetta bolla di tolleranza.

Questo lavoro, che molti volontari svolgono senza nemmeno saperlo e un po’ a caso, se mirato al raggiungimento di uno scopo specifico, rappresenta un primo importante step verso quella che poi dovrà svilupparsi come una relazione sociale con noi. Ovviamente stiamo parlando di cani che hanno paura delle persone e grosse difficoltà a impostare una relazione con un essere umano che sia anche solo di tolleranza nel condividere uno stesso spazio. Col passare del tempo il cane imparerà a non temerci, che l’individuo-uomo è fonte di soddisfazione per il suo appetito e questo farà in modo da metterci in una luce migliore ai suoi occhi. Quindi cominceremo a premiarlo con un bocconcino tutte le volte che ci guarderà, che ci verrà vicino, che ci permetterà di accarezzarlo, procedendo in questo modo fino ad ottenere da lui sempre maggior confidenza. È opportuno che questo lavoro venga compiuto da più di una persona, per non correre il rischio che si crei un legame morboso con una sola persona, che rischierebbe di trasformare quella relazione in una sorta di dipendenza.

Mentre il cane acquista maggior fiducia in noi, man mano che gli incontri si svolgono, on solo noi veniamo accreditati come persone verso cui non aver paura, ma il cane stesso aumenta la propria autostima, vincendo la sua diffidenza nei nostri confronti.





Cani tutor e osmosi emozionale

8 03 2010

Può capitare che un cane abbia delle paure talmente radicate verso le  persone o verso l’ambiente canile, da impedirgli di fatto qualsiasi interazione con noi, nonostante l’uso di bocconcini.

Se questo accade, l’ostacolo da superare potrebbe essere insormontabile. Bisognerebbe interpellare un veterinario comportamentalista, il quale con ogni probabilità affiancherebbe una terapia medica a quella comportamentale.

Non ci addentreremo in questo campo, almeno per il momento.

C’è una possibilità prima di arrivare a tanto.

Spesso, un cane che è giunto a tale livello di paura è un cane che ha vissuto sempre in box da solo o in compagnia di altri cani con il suo stesso stato emozionale. Cani che hanno rinforzato, nel tempo, le proprie rispettive paure – a volte fino a farne delle autentiche fobie – e da cui non sono in grado di uscire con il semplice intervento umano.

In canile ci è capitato diverse volte di trovarci a spostare cani con questo tipo di problemi in box dov’erano presenti cani con un’alta motivazione sociale interspecifica. Così, quando quel cane pauroso ha cominciato a vedere il suo compagno (o la sua compagna) relazionarsi in modo aperto con noi, farsi accarezzare senza remora alcuna, la prima cosa che abbiamo scorto è stato una sorta di interesse misto a stupore, in quello che fino ad allora si era sempre mostrato come uno guardo fisso e in continua allerta. Ciò non significa che abbiamo mai assistito a dei miracoli: un cane non muta atteggiamento da un giorno all’altro, ma accade qualcosa in lui, che lo porta a riconsiderare le rappresentazioni interne che si è fatto di quella data situazione e di quelle date persone. È, naturalmente, solo l’inizio di un processo lungo e impegnativo.





Il gioco

8 03 2010

Un cane impara fin dalla nascita a relazionarsi con i suoi simili per mezzo del gioco. La lotta coi fratellini per arrivare alle mammelle della madre, le simulazioni di lotta, i rituali di sottomissione, tutto nella vita di un cucciolo avviene per mezzo del gioco. Crescendo, il cane trasforma quei rituali in rappresentazioni di vita e basa su di esse le risposte agli stimoli che riceve dall’esterno.

Quando un cane ha paura di qualcosa, non pensa certo a giocare; la sua attenzione è interamente rivolta all’oggetto della sua inquietudine. Quello che però è possibile fare, per mezzo del gioco, è anticipare il momento in cui la paura sta per manifestarsi, se siamo in grado di farlo. Ad esempio, se sappiamo che quel cane ha paura di un certo rumore o di un dato individuo che sappiamo essere sul punto di arrivare, possiamo distrarlo attirando la sua attenzione con un gioco che lo attivi cognitivamente e richieda la sua attenzione su quella cosa particolare. In quest’ottica, tirargli la pallina potrebbe non assolvere a questa funzione, poiché una volta recuperata, egli potrebbe essere attratto dall’oggetto della sua paura.

È consigliabile utilizzare giochi che richiedano una concentrazione piuttosto lunga, come un problem solving (per esempio oggetti con all’interno dei bocconcini che il cane debba cercare di aprire per mangiarli); o esercizi di Doggy zen, che richiedano una centripetazione del cane nei nostri confronti (ad esempio, per iniziare: tenere in mano dei bocconcini e lasciarglieli mangiare solo quando ci guarda, premiando la ricerca di relazione).

In sostanza si tratta di mettere in atto una serie di attività che siano piacevoli per il cane e allontanino la sua attenzione dalla paura; a lungo andare, questo esercizio potrebbe attenuare molto la paura di questo o quello stimolo esterno, in quando inizierebbe ad associarvi non più l’elemento negativo paura ma qualcosa di positivo.

Per finire, come non citare gli attrezzi di mobility dog, utilissimi per permettere al cane di prendere maggior confidenza con i movimenti (esercizio di salire e scendere da una rampa ruvida), con l’equilibrio (camminare su una stretta passerella), con i rumori (muoversi sopra una superficie scricchiolante come ad esempio una ondulina), con i luoghi chiusi e/o stretti (attraversare una “galleria” come per esempio un tubo rigido o una struttura appositamente creata), facendo sì che aumenti la consapevolezza del e, di conseguenza, l’autostima.

In canile è assai difficile riuscire a mettere in pratica questo tipo di lavoro, specialmente se non si dispone, come spesso accade, di un’area apposita, attrezzata all’occorrenza.

Quello che  si può fare è portare fuori i cani al guinzaglio, in passeggiata.  Non si può parlare di gioco in questo caso, ma di un inizio di relazione uomo-cane. In questi casi, una volta fuori dal canile, sia pure al guinzaglio, è possibile mettere in pratica qualcuno degli esercizi suddetti.





Goldie

8 03 2010

Abbiamo trovato Goldie per la strada circa un anno e mezzo fa. Era appena sfuggita a una macchina che l’aveva quasi investita ed era spaesata. Più tardi scoprimmo che una persona della nostra zona l’aveva vista una settimana prima mentre veniva scaricata da un’auto in corsa. Goldie è giovane, avrà sì e no due anni, e pensiamo sia incrociata con un Golden Retriever, poiché la somiglianza è davvero notevole. Con le siamo stati sfortunati: più di una volta ci è capitato di trovare delle possibili adozioni che poi, per i più svariati motivi (non dipendenti dal cane), si sono sempre risolte con un buco nell’acqua. Goldie alloggia in una pensione per cani, nulla di diverso dal canile in realtà, se non fosse per il box molto spazioso, che comunque condivide con altri quattro cani. Lei non vive affatto bene questa situazione: all’interno del box è sempre molto nervosa e quando entriamo per pulire lei è sempre molto competitiva con gli altri cani per avere le sue carezze esclusive; anche il momento del cibo è vissuto con estrema tensione e noi dobbiamo essere molto veloci nel sistemare le ciotole in modo distanziato affinché i cani non si innervosiscano. Bisogna aggiungere che questa pensione non ha a disposizione aree di sgambamento, per cui dobbiamo essere noi quando possiamo – non molto spesso purtroppo – a portare fuori i cani al guinzaglio. Tutto questo frustra terribilmente tanto Goldie quanto gli altri cani, e così per un certo periodo abbiamo spinto la sua adozione il più possibile, portandola spesso fuori, facendole foto e filmati nella sua relazione con gli altri cani, con le persone, e persino con gatti e bambini. Goldie si è sempre dimostrata molto dimessa all’esterno, perdendo quella prepotenza che un po’ la distingue all’interno del box. Ci siamo accorti di come vada tranquillamente al guinzaglio, di come osservi calma tutto ciò che di nuovo si trova a conoscere, di come non abbia alcun problema a venire a contatto con i bambini, di come i gatti la incuriosiscano (senza per questo farne delle prede). Goldie ci dimostra ogni volta come il suo comportamento cambi totalmente dal box all’esterno. Naturalmente più esperienze riesce a fare, maggiori saranno le possibilità che, una volta adottata, non vada incontro a esperienze disturbanti. Il fatto di conoscere già da ora quello che l’aspetta, deve essere una garanzia tanto per lei quanto per il futuro adottante. Tutto questo per dire che il comportamento di un cane del canile a volte può non corrispondere al suo atteggiamento fuori; la paura, nata dalla non conoscenza, può insorgere anche una volta che venga adottato. Per questo, lo ripetiamo ancora una volta, è essenziale che ogni cane potenzialmente adottabile, esca dal canile per vivere quelle esperienze che un giorno potrebbero rappresentare il suo futuro.