La macchina fotografica: questa sconosciuta

16 03 2010

A noi l’idea che un cane possa aver paura di una macchina fotografica può far sorridere. Siamo abituati ai cani di casa, i nostri o quelli di amici, e questi animali a modo loro sanno cos’è una macchina fotografica, o per meglio dire sanno che non è pericolosa.

Un cane del canile questo non può saperlo. Non ne ha mai vista una e probabilmente quell’oggettino piccolo e (se metallizzata) luccicante, capace a volte di abbagliare non ha nulla di rassicurante, soprattutto perché noi lo mettiamo davanti agli occhi e il cane non può più leggere la nostra espressione facciale.

La macchina fotografica è il classico oggetto che, se associato a un evento traumatico (anche lieve), può suscitare paura nel cane. Immaginiamo ad esempio che nel momento in cui stiamo scattando una foto a un cane in canile, questo salta giù dalla cuccia e, rimanendo abbagliato dal flash, si fa male. Da quel momento in poi gli basterà vedere la macchinetta per andare in ansia. Quest’evento, se non bilanciato a dovere da un lavoro sulla coscienza dell’oggetto, potrebbe trasformare quella paura in una fobia. Allora gli basterà veder entrare nel settore quel particolare volontario addetto alle foto per andare in ansia. Il pericolo che questo sfoci in una generalizzazione non è poi così distante.

Qualche tempo fa abbiamo fatto la prova, entrando con la macchinetta fotografica, all’interno di un box dove ci sono tre cani con diversi livelli di pro-socialità: si tratta di Gigio, Creamy e Marvy.

Mentre Gigio è un cane molto socievole con le persone, le due femmine sono molto più timide; in particolare, mentre Creamy assume spesso atteggiamenti conflittuali, riuscendo a fidarsi delle persone salvo poi allontanarsi dopo pochi secondi e ritornare, Marvy ha serie difficoltà a lasciare che i volontari si avvicinino a lei per accarezzarla.

Vedremo come hanno reagito distintamente Gigio e Creamy (Marvy è sempre rimasta nella cuccia) alla vista di una persona con la macchina fotografica.

GIGIO

In una prima fase Gigio mostra timore verso la macchinetta fotografica: testa e orecchie basse, coda bassa, sguardo timoroso e postura rigida. Sta cercando di capire cosa ha di fronte.

Gigio fa avanti e indietro per il box, guardando ora la macchinetta ora altrove, la coda sempre bassa come pura la postura, combattuto tra l’idea di avvicinarsi e il non fidarsi a farlo.

Gigio ha deciso di tentare di avvicinarsi e lo fa con passo cauto, la testa sempre bassa e l’andatura lenta, per darsi il tempo di studiare la macchina fotografica.

Gigio ce l’ha fatta: ha superato la paura ed è venuto a prendersi le meritate coccole.

CREAMY

In un primo momento Creamy sembra interessarsi a noi, si avvicina leggermente scodinzolando, per poi però fermarsi e temporeggiare, facendo qualche passo indietro, combattuta se fidarsi o meno.

Poco dopo però Creamy decide di non fidarsi e si volta, all ontanandosi e tornando indietro.

Dopo aver visto Gigio avvicinarsi, Creamy decide di imitarlo e, per osmosi emozionale, arriva da noi con fare circospetto.

Infine riusciamo persino a farci dare una bella annusata alle mani. Basta questo, perché poco dopo, Creamy tornerà nella sua cuccia.

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Imprinting

16 03 2010

L’Imprinting è l’assimilazione di un animale alla propria specie, è il prendere coscienza di appartenere a questa o a quella specie, è l’identificazione dei propri cospecifici in qualità di partners sociali e sessuali, è il raggiungimento della cognizione di sé.

Un cane non nasce sapendo di essere cane, ma è importante che scopra di esserlo.

Il percorso è lungo è difficile per il cucciolo e sta alla madre aiutarlo, indirizzandolo attraverso le sue prime settimane di vita in modo che impari le regole fondamentali di quella che sarà la sua esistenza.

Ma analizziamo attentamente le varie fasi in cui si divide la crescita del cucciolo:

Periodo prenatale

Alcuni studi ipotizzano che il periodo prenatale possa avere la sua influenza sulla formazione del cucciolo, e sono intesi a dimostrare che se la madre è sottoposta a stress particolari, il feto ne possa risentire, con conseguenze negative sui piccoli che nasceranno.

Periodo neonatale: prima e seconda settimana di vita.

I cuccioli nascono ciechi e sordi e sta alla madre stimolare il loro primo respiro leccandoli nella zona ombelico-genitale (se la cagna è al primo parto c’è il rischio che non sappia comportarsi correttamente). Inoltre sta sempre a lei stimolarli nella zona genitale affinché essi eliminino feci ed urina (se i cuccioli sono starà a noi eseguire questa delicata operazione, altrimenti moriranno). Nel momento in cui la madre li capovolge a pancia in su e li lecca per stimolarli, esegue nello stesso tempo un particolare e importantissimo insegnamento ai piccoli: si tratta del comportamento di “sottomissione passiva” a pancia all’aria,che in fase adulta risulta indispensabile al cane per comunicare la propria sottomissione a un altro adulto e, quindi, inibire nell’altro l’aggressività. Molto spesso due cani in conflitto per dominanza ritualizzano in questo modo la vittoria dell’uno sull’altro, senza dover ricorrere a una vera e propria lite. Un cane che da cucciolo non venga stimolato a posizione supina – generalmente perché orfano e quindi allevato in maniera sbagliata dall’uomo – non saprà ritualizzare la sottomissione passiva e avrà, in seguito, grandi difficoltà a relazionarsi con i propri simili, coi quali tenderà a scontrarsi ripetutamente rischiando gravi conseguenze.
Un’altra cosa importante è il contatto fisico. Le cucciolate sono solitamente numerose e i piccoli sono ammucchiati gli uni sugli altri accanto alla madre per suggere il latte. Cuccioli che vengano tolti precocemente alla madre – e saranno quindi privi di questi continui contatti – è probabile che crescano in modo scorretto, manifestando fastidi nelle stimolazioni tattili da parte dell’uomo e conseguente ostilità

In questa fase è importante che i cuccioli ricevano tutti gli stimoli naturali per cui sono predisposti. L’eventuale assenza di determinati stimoli può causare alterazioni funzionali nell’adulto. Già in questa fase inoltre i cuccioli sviluppano una certa capacità di discriminazione. Essi reagiscono ai rinforzi positivi – il latte, il contatto con il pelo, il calore della madre – importanti al fine dell’apprendimento.

Infine, contrariamente a quanto si credeva in passato, manipolare i cuccioli fin da questa età in modo leggero e non continuativo, può avere effetti positivi sul comportamento del cane nei nostri confronti, man mano che crescerà.

Periodo di transizione: terza settimana di vita

Durante il periodo di transizione, all’incirca nella terza settimana di vita, si assiste ad uno sviluppo fisico e nervoso molto rapido, che porta il cucciolo ad acquisire gli ultimi elementi sensoriali. Così mentre la corteccia cerebrale termina il suo sviluppo i piccoli aprono gli occhi, cominciano a sentire i suoni, gli spuntano i denti, imparano a fare i bisogni senza più gli stimoli della madre, alcuni cominciano a reggersi sulle zampe e a scodinzolare.

Alla percezione di sempre maggiori stimoli, corrisponde un inizio di indipendenza dalla madre, che tuttavia non deve significare che possano separarsene: questa eventualità potrebbe causare gravi danni comportamentali nel cane che sta crescendo.

Periodo di socializzazione: dalla quarta alla decima/dodicesima settimana di vita.
In questo periodo, si definiscono i rapporti sociali all’interno della cucciolata, si sviluppa completamente il comportamento di evitamento ed il gioco e dall’ottava settimana si notano le prime reazioni di paura. I piccoli familiarizzano coni fratelli, con l’ambiente circostante, con la madre e con gli esseri umani.
Il ruolo della madre e dei fratelli è ora determinante. La madre può cominciare a insegnare ai piccoli a controllare il morso e la stretta mandibolare (“inibizione del morso”) e quindi a giocare senza stringere eccessivamente. Nei casi in cui questo particolare insegnamento non avviene – cucciolo separato troppo presto dalla madre o cagna primipara – il cane potrebbe crescere senza la giusta inibizione del morso e quindi giocare con l’uomo o con altri cani senza rendersi conto di stringere troppo e provocare dolore: se il cane in questione è un adulto di grossa mole, questo può divetare un comportamento molto pericoloso e di difficile gestazione.
La madre inoltre insegna ai piccoli a ringhiare e la “gerarchizzazione alimentare” (rispettare un ordine gerarchico per mangiare).
Anche la calma e l’autocontrollo vengono appresi grazie agli atteggiamenti materni: crescendo, i cuccioli divengono sempre più intraprendenti ed esigenti e allora la madre, appoggiando la zampa sulla loro schiena ed emettendo un basso ringhio, li convince a smettere e a controllarsi. Nel caso di cuccioli tolti alla madre, crescendo essi potrebbero diventare adulti iperattivi, difficili da gestire e da controllare da parte dei padroni.
Il gioco con i fratelli ora è diventata un’attività primaria. Giocando essi imparano quei comportamenti ed atteggiamenti che saranno poi indispensabili da adulti: la monta, la caccia, l’agguato, l’uso della coda, della bocca, ecc.

Il gioco è per loro una vera e propria “palestra di vita” e se viene a mancare (cuccioli orfani e/o isolati dai cospecifici) crescendo avranno grossi problemi di socializzazione con i loro cospecifici e saranno orientati a interagire più con le persone che con i propri simili.

In questa fase, l’interesse verso i cospecifici si sposta verso l’uomo e poi verso tutto ciò che è nuovo (altri animali, ambienti sconosciuti ecc.).

E’ quindi importante che il cucciolo verso le 3-5 settimane di vita inizi a interagire con altri cuccioli e comunque entro i tre mesi di vita, è importante che impari a interagire sia con gli uomini che con altri animali in modo che la sua socializzazione sia completa e non dia problemi una volta diventato adulto.

E’ da sottolineare che la socializzazione interspecifica non ha le stesse caratteristiche dell’identificazione di specie: la socializzazione con specie diverse richiede infatti molta più fatica di quella intraspecifica e sono indispensabili rinforzi perché rimanga nel tempo e inoltre dipende molto dai singoli individui (uomo, donna, bambino, di colore, con cappello, con barba ecc.)
Un cucciolo che cresca senza vedere mai un bambino, da adulto potrebbe riconoscerlo come “essere umano” ma come “animale” e questo è uno dei motivi per cui a volte alcuni cani aggrediscono dei bambini, scambiandoli per prede naturali.
Questo significa che è fondamentale per la crescita del cucciolo, che egli viva tane esperienze diverse, sempre nel rispetto del suo equilibrio interiore (quindi meglio interrompere se il piccolo risulta eccessivamente spaventato e rivolgersi a un educatore comportamentista).

Infine, nella fase di socializzazione, i cuccioli nell’adattarsi a determinati ambienti, odori, suoni, imparano a sentirsi più sicuri e per questo è importante fargli conoscere da subito i diversi ambienti in cui cresceranno, cosicché non debbano aver paura di fare nuove scoperte. Un cane cresciuto in campagna e portato in città da adulto, ne sarà spaventato e avrà difficoltà ad ambientarsi; ma un cane che fin da cucciolo ha visto sia la tranquillità della natura che il caos della città, crescerà più sereno e sicuro di sé.





Ansia da separazione

16 03 2010

L’ansia da separazione è uno stato emotivo del cane piuttosto diffuso, comune soprattutto a quei cani che sono stati eccessivamente coccolati da cuccioli, troppo “viziati” e abituati ad avere il massimo dell’attenzione. Anche un cane che abbia vissuto una vita in canile, una volta adottato si trova a dover affrontare un mondo del tutto nuovo e sconosciuto e conseguentemente, finisce per legarsi morbosamente al suo nuovo padrone. Qualunque sia il motivo che scatena nel cane l’ansia da separazione, gli effetti possono essere “devastanti” sia per il nostro rapporto con lui, sia per l’ambiente nel quale egli vive.

Nel dettaglio, i comportamenti del cane che soffre di ansia da separazione sono un’improvvisa smania che si trasforma in distruttività verso tutto ciò che è a portata di mano (rosicchiare porte, mobili e muri, strappare divani e tappeti, distruggere qualsiasi altro oggetto cui riescono ad arrivare), in abbai, uggiolii e ululati alternati o continui (a partire da quando usciamo e fino al nostro ritorno, per la “gioia” dei nostri vicini con cui finiremo per arrivare ai ferri corti).

Sempre a causa di questa terribile ansia, il cane a volte fa i bisogni in casa, anche qualora sia stato abituato a farli fuori, e a questo comportamento può seguire la coprofagia (l’animale mangia le proprie feci). Infine il cane in ansia da separazione ci segue dappertutto in casa come fosse la nostra ombra e ci riempie di feste ogni volta che rientriamo, anche se siamo usciti da pochi minuti, agitandosi e uggiolando felice. Generalmente se un cane manifesta uno di questi comportamenti non è detto che soffra necessariamente di questa patologia, poiché i cani giovani, non educati o iperattivi tendono ad abbaiare se annoiati o ad essere distruttivi se non si dedica loro sufficiente attenzione; inoltre prima di arrabbiarci perché il nostro cane ha fatto un bisogno in casa, chiediamoci se sia trascorso troppo tempo dall’ultima volta che lo abbiamo portato fuori o se possa aver avuto un problema intestinale; infine, è nell’indole del cane fare molte feste all’uomo e queste diventano patologiche solo se in concomitanza con uno degli altri comportamenti sopra descritti.

Molto spesso l’ansia da separazione va ricondotta a un nostro errore nella crescita del cucciolo: lo abbiamo viziato troppo, accontentandolo sempre, aiutandolo in tutti i momenti di difficoltà, cosicché il cane crescendo non ha imparato a contare sulle proprie capacità e una volta che viene a mancare la nostra presenza, entra in ansia e inizia ad abbaiare e a distruggere porte con l’idea di trovarci.

E’ importante crescere il nostro cane sì con amore, ma senza esagerare, lasciandogli lo spazio necessario per imparare ad essere indipendente da noi. E’ consigliabile abituarlo sin da cucciolo a restare solo a intervalli dapprima brevi e poi sempre più lunghi; quando usciamo e rientriamo in casa evitiamo di dedicargli troppe attenzioni in modo che non pensi che la separazione sia una cosa troppo importante; se al nostro rientro troviamo i suoi bisogni per casa o i mobili rosicchiati, evitiamo di arrabbiarci con lui, poiché non sono dispetti bensì segnali di un disagio grave ed egli non sarà comunque in grado di associare la punizione al suo comportamento, bensì la assocerà al nostro rientro a casa, e questo lo manderà ancor più in ansia tutte le volte che rientreremo. A volte, può capitare che questa patologia sia così grave da richiedere il cosulto di un comportamentista, che saprà meglio indirizzarci ed eventualmente consigliarci una terapia farmacologica adeguata.





Chicco

15 03 2010

Cominciamo col dire che  Chicco non è mai stato un cane pauroso, né tanto meno fobico. Sempre socievole con cani e persone, sapevamo che era un cane di indole pacifica, eccezionale sotto molti aspetti, animato da forti motivazioni sociali, affettive e collaborative.

Trovargli una casa non è stato comunque semplice; tanti sono gli anni che ha trascorso in canile, nonostante questa sua innata capacità di relazionarsi con le persone.

L’esempio di Chicco ci serve per inquadrare ciò che vorremmo per ogni cane del rifugio: un cane equilibrato in grado di adattarsi a qualsiasi tipo di ambiente.

E con lui è stato così.

Mai avremmo pensato, infatti, che sarebbe stato capace di andare d’accordo non solo con altri cani – su questo contavamo – ma anche con altri animali, e in particolare gatti e pony.

Già, perché la signora che l’ha adottato, vive in una casetta in campagna assieme a un gran numero di animali, liberi di scorrazzare in un terreno grandissimo, interamente recintato.

Chicco rappresenta il punto di arrivo del nostro operato, un esempio verso il quale tendere.

Nel suo caso, non ci siamo trovati di fronte ad alcuna paura, semmai a un lieve disagio dovuto alla non conoscenza dei pony (non sappiamo se avesse mai visto gatti), cosa che Chicco ha superato però brillantemente e in pochissimo tempo.

Per questo è importante lavorare con i cani del canile in modo da far vivere loro esperienze diverse dalle quattro mura del loro box e il settore dove escono, in mezzo a un coro di latrati che non gli permettono, a volte, neanche di godersi l’uscita.

Portare fuori i cani in passeggiata, far conoscere loro altre realtà, come la macchina, la città, altri animali, persino bambini, cercando di vagliare tutte le sfaccettature di una possibile futura adozione, tutto questo per far sì che una volta inseriti nel mondo fuori, essi non rimangano traumatizzati e si ambientino il più serenamente possibile, riducendo al minimo i rischi di un rientro.

Questo è l’obiettivo che dobbiamo prefiggerci.





I cuccioli calabresi

15 03 2010

Un caso che abbiamo seguito un annetto fa, è quello di due cuccioli che vivevano randagi in Calabria. Quando si fa volontriato in canile, si finisce per avere un cuore sempre troppo grande. Così, dopo aver letto un annuncio che parlava di questa situazione limite, in cui due cuccioli erano abbandonati per strada da soli e senza mamma, in un paesino sperduto della Calabria, dove, si sa, ai cani non viene data molta considerazione, decidemmo di comune accordo con Alessandra, anche lei volontaria in canile, di farli arrivare a Roma, sperando di riuscire a trovare al più presto una famiglia pronta ad accoglierli.

In realtà, fin dal loro arrivo, ci rendemmo conto che erano molto spaventati, ma sul momento attribuimmo la cosa al lungo viaggio e al repentino cambio di ambiente.

Li chiamammo Tristano e Isotta,  avevano circa tre mesi e un mucchio di speranze per un futuro roseo.

Non avendo possibilità di tenerli in casa, li mettemmo in una pensione dove Alessandra andava tutti i giorni per farli mangiare e, quando possibile, portare fuori a passeggio. Mentre Isotta sembrava sì timida, ma comunque ben disposta nei nostri confronti, Tristano ci apparve subito più problematico. Diffidente, sempre in disparte, non si avvicinava a noi, girava al largo guardandoci di sottecchi, facendo ampi giri per studiare i nostri movimenti, costantemente teso.

Mentre il tempo passava e noi spargevamo in giro annunci su annunci, la loro mole, che cresceva rapidamente verso la taglia grande, e il loro carattere introverso, non ci aiutavano a promuoverne a dovere l’adozione.

E così il passar dei mesi e l’ambiente privo di stimoli positivi, contribuirono a rendere i due cuccioli ancora più diffidenti di quand’erano arrivati. Le loro paure sembravano aumentare.

Ormai avevano cinque mesi, erano con noi da due e niente si muoveva. Cominciammo seriamente a pentirci della decisione di portare via quei cuccioli dalla Calabria con la presunzione che sarebbe stato facile farli adottare.

Poi, le cose iniziarono a girare. Alessandra trovò casa a Tristano presso una sua collega, rimasta colpita dalla storia di questo cucciolone che non si fidava di nessuno, che non si lasciava avvicinare, che si faceva mettere il guinzaglio solo dopo essersi schiacciato addosso al muro con uno sguardo carico di paura. Dopo aver illustrato apertamente a questa signora tutte le difficoltà che quell’adozione avrebbe comportato, prima fra tutte l’eventualità che ci sarebbero potuti voler dei mesi prima di riuscire a stabilire un contatto ravvicinato col cane, lei, ben determinata, decise di adottarlo. Prima che lo portasse con sé le suggerimmo di lasciarlo tranquillo per i primi tempi, di non forzarlo a stabilire un contatto, di fare tutto come se lui non esistesse, lasciando che fosse lui a decidere di fare il primo passo.

E cosi fece, ma le cose non sembrarono andare molto bene.

Tristano si rintanò nell’angolo più nascosto del giardino e, per non farsi vedere in giro, usciva dal suo nascondiglio per mangiare soltanto la notte. Se ne stava sempre celato alla vista, fermo in quel cantuccio dove in seguito fu sistemata la sua cuccia, muovendosi solo in assenza delle persone.

Fu una cosa molto lunga e la signora, che forse aveva sottovalutato l’impegno, più di una volta mostrò segni di cedimento verso quel cucciolo che non sembrava essere minimamente felice della sua nuova vita.

Ma ha tenuto duro. Anzi entrambi hanno tenuto duro. E pian piano, Tristano ha fatto i suoi passi. Senza forzature.

Ci sono voluti molti mesi, ma  col tempo ha iniziato a mangiare (anche con gli esseri umani nei paraggi) e a farsi un giro in giardino, sempre guardingo, pure se non era solo.

Oggi è un cane con tante difficoltà: se arriva qualcuno a casa, che non siano i suoi padroni, si rifugia nel suo angolo e non si fa toccare; al di fuori dal suo giardino non si sente sicuro e quindi non ama uscire in passeggiata. Nonostante tutto però, ha trovato una sua dimensione e, ciò che più conta, ha imparato a fidarsi delle persone della sua famiglia umana; con loro è sereno, riesce a godersi le carezze e a farsi una corsa in giardino dimenticando, anche se per poco, le sue terribili paure.

Per Isotta, la sorellina, c’è voluto ancora più tempo perché trovasse una casa, ma alla fine le si sono spalancate le porte di una villetta nientemeno che a Bolzano.

Pensavamo che per lei fosse più facile ambientarsi, poiché sembrava più socievole del fratello, ma ci sbagliavamo.

Come Tristano, si scelse un angolo del giardino, ben nascosto, e rimase lì.

Dopo quattro giorni, la ragazza che l’aveva adottata ci chiamò dicendo che voleva riportarla a Roma perché la piccola non mangiava, non interagiva né con loro, né con il loro cane e lei pensava fosse una crudeltà tenerla in quel modo, visto che io le avevo parlato si di una cagnolina timida ma non certo inavvicinabile. Fu una sorpresa anche per noi rivedere in lei gli stessi problemi del fratello.

Chiedemmo all’adottante di darle un po’ di tempo, di non forzarla, di lasciarla tranquilla nella sua cuccia, lasciandole modo di prendere coraggio e fare il primo passo. Qualche giorno dopo ci arrivò via e-mail una foto di Isotta assieme a dei bambini! La sua padrona ci scrisse che aveva invitato dei bambini a casa per il compleanno del figlio; erano pochi, appena cinque bambini, e giocavano fuori in giardino. Lei aveva detto loro di lasciare in pace Isotta, ma lei, a un certo punto, incuriosita forse dal clamore e dalle risa, era uscita dalla cuccia e con fare timido si era avvicinata ai bambini.

Questa cosa ci ha ragionevolmente colpito, poiché la prima cosa che avevamo pensato nel sentir parlare di un bambino, era che un cane così timido potesse seriamente spaventarsi di fronte ai modi sempre troppo vivaci dei bambini.  Per qualche motivo, invece, su di lei ha avuto l’effetto opposto.

Non è da escludere che, nella strada polverosa della Calabria da cui è stata prelevata, non giocasse con dei bambini. È soltanto una congettura, ma il loro ricordo potrebbe averla spinta ad avvicinarsi anche ai piccoli bolzanesi.

Giorno dopo giorno Isotta ha acquistato sempre più fiducia e oggi, pur  avendo un atteggiamento dimesso verso gli uomini (è molto più socievole verso le donne), è un cane sereno, capace di andare in vacanza con tutta la sua famiglia su un camper, a zonzo per l’Italia.





Interpretare i segnali

8 03 2010

Per consentirci di comprendere il loro stato d’animo, i cani ci mandano continuamente dei segnali, tramite i quali cercano di farci capire quando sono ben disposti nei nostri confronti, quando hanno voglia di giocare, quando invece sono a disagio o, peggio, hanno paura.

Si tratta di una serie di segnali di stress (grattarsi, sbadigliare) e calmanti (come leccarsi il muso, guardare l’altro in modo non diretto, avvicinarsi seguendo traiettorie non dirette, mettersi pancia a terra, socchiudere gli occhi), che il cane usa per calmare se stesso innanzitutto, per darsi modo di trovare la giusta risposta a uno stimolo esterno, e per tenere bassa la tensione di un nuovo incontro; vi sono poi i segnali di pacificazione (assumere atteggiamenti et-epimeletici come mettersi pancia all’aria, invitare al gioco, leccarsi il muso) e di criptazione (voltare la testa altrove, annusare in terra, sedersi di spalle), che vengono usati per lo più per far comprendere all’altro individuo – sia esso uomo o cane – il proprio stato d’animo, le proprie intenzioni benevole (nel caso di pacificazione) o di indifferenza e chiusura (nel caso di criptazione).

I segnali di disposizione (legate alla postura: baricentro spostato avanti o indietro, altezza della coda, disposizione delle orecchie), permettono al cane di informare gli altri di come si pone di fronte a una data situazione (come può essere un nuovo incontro o un altro stimolo esterno); i segnali di richiesta, di ingaggio e di allerta servono al cane per invitare l’altro in un’attività piacevole (es. gioco o epimelesi), avvisare gli altri di un’attività che si sta per intraprendere (es. abbaiando) o di un pericolo di fronte al quale reagire (l’abbaio in questi casi può avere funzioni diverse e differenti tonalità);  ci sono poi i segnali di presenza (la marcatura o l’abbaio), per avvisare della propria presenza su un territorio.

Per riconoscere quando un cane ha paura, dobbiamo saper osservare tutti questi segnali. In particolar modo, un cane che emetta continuamente segnali di calma e di pacificazione, ci sta comunicando tutto il suo disagio di fronte a una data situazione.

La postura, in questi casi, a seconda che sia spostata indietro o in avanti, può esserci utile per capire se, di fronte a questo disagio, egli reagirà in modo remissivo o aggressivo.

Altri segnali possiamo leggerli nella mimica facciale (ad es. mostrare i denti, sguardo fisso o sfuggente), nella gestualità del corpo (movimento della coda, delle orecchie, della lingua) e nel movimento (come le traiettorie, diritte o curve), nella prossemica (vicinanza o lontananza dagli altri soggetti)  e nell’osservazione del pelo (come la classica piloerezione del mantello sulla schiena).

Il classico cane che ringhia col pelo dritto è certamente un cane potenzialmente aggressivo, ma qui occorre osservare con attenzione altri elementi: se le orecchie sono tese indietro, la postura è bassa e la coda è tra le gambe, ci troviamo di fronte a un cane che, con ogni probabilità, ci attaccherà solo se continueremo a importunarlo, fosse anche solo guardandolo, perché ha paura di noi. In un caso come quello appena descritto, il baricentro spostato all’indietro potrebbe però essere suscettibile di un’interpretazione differente: il cane potrebbe essere più disposto alla fuga che ad aggredire.

Sfortunatamente, la maggior parte delle persone, anche quelle che hanno un cane, non sanno interpretare i messaggi che ricevano dal proprio compagno a quattro zampe.

Difficilmente, di fronte a un cane che esprime disagio, la gente si domanda a cosa è dovuta tale reazione. Il più delle volte il primo pensiero è che quel povero cane è stato maltrattato, il che potrebbe essere anche vero, ma in tal caso la prima cosa da fare sarebbe cambiare totalmente approccio, cercando di destare l’interesse nel cane nei nostri confronti e non obbligarlo a interagire con noi.

Se solo guardassimo di più i nostri cani, impareremmo molte cose. Basterebbe osservali giocare al parco per rendersi conto di chi, in un gruppo di cani, in quel momento si diverte di più o di meno, se c’è qualcuno in soggezione rispetto agli altri, se è presente un elemento più forte che tende a prevaricare gli altri, chi tra di essi emette in modo più insistente segnali di calma per allentare la tensione.

Già questo potrebbe essere utile a inquadrare che tipo di relazione, il nostro cane, è abituato a impostare con i conspecifici.

Sfortunatamente, molte persone portano il proprio cane al parco con l’idea di lasciarlo “sfogare”, senza badare molto a come si comporta, passando quella mezz’ora – spesso anche meno – al cellulare o chiacchierando con gli altri “canari”.

Non è inusuale che proprio questo fenomeno sia all’origine del malessere – per i proprietari inspiegabile – a causa del quale questi cani non si divertono affatto quando vengono portati al parco.

Sforzarci di capire i nostri cani, dedicandogli appieno il nostro tempo, è la base per cercare di risolvere alcune delle loro paure che, non di rado, dipendono – o vengono accentuate – da nostri errati comportamenti.

In canile, queste situazioni sono portare all’eccesso, sia per lo scarso tempo a disposizione dei volontari, sia per la difficoltà di relazionarsi a dovere con i cani (ambiente rumoroso, larga diffusione di odori, livello di stress molto alto ecc.), ma ciononostante è possibile osservare il comportamento dei cani durante le  uscire nel loro settore, nonché all’interno dei box, cercando di comprendere i segnali che ci mandano.

Capirli è essenziale per poter iniziare un percorso, lungo e non certo facile, che col passar del tempo – del nostro tempo – potrà arrivare a dare dei buoni frutti.

A loro modo, i cani parlano.

Siamo noi che non li capiamo.





Rinforzo positivo e autoaccreditamento

8 03 2010

Nella maggior parte dei cani, la motivazione primaria dell’appetito è molto forte e riesce a far vincere loro – anche se solo per un momento – anche stati paurosi ben radicati.

Non è inusuale infatti che al rifugio, cani che normalmente si tengono a distanza da noi, poi vengano a mangiare un bocconcino dalla nostra mano, se glielo porgiamo nel modo giusto (generalmente accovacciati e guardando altrove); si tratta di brevi istanti, dopodiché il cane gira sui tacchi e fa quei due o tre metri che gli consentono di tenerci al di fuori della sua cosiddetta bolla di tolleranza.

Questo lavoro, che molti volontari svolgono senza nemmeno saperlo e un po’ a caso, se mirato al raggiungimento di uno scopo specifico, rappresenta un primo importante step verso quella che poi dovrà svilupparsi come una relazione sociale con noi. Ovviamente stiamo parlando di cani che hanno paura delle persone e grosse difficoltà a impostare una relazione con un essere umano che sia anche solo di tolleranza nel condividere uno stesso spazio. Col passare del tempo il cane imparerà a non temerci, che l’individuo-uomo è fonte di soddisfazione per il suo appetito e questo farà in modo da metterci in una luce migliore ai suoi occhi. Quindi cominceremo a premiarlo con un bocconcino tutte le volte che ci guarderà, che ci verrà vicino, che ci permetterà di accarezzarlo, procedendo in questo modo fino ad ottenere da lui sempre maggior confidenza. È opportuno che questo lavoro venga compiuto da più di una persona, per non correre il rischio che si crei un legame morboso con una sola persona, che rischierebbe di trasformare quella relazione in una sorta di dipendenza.

Mentre il cane acquista maggior fiducia in noi, man mano che gli incontri si svolgono, on solo noi veniamo accreditati come persone verso cui non aver paura, ma il cane stesso aumenta la propria autostima, vincendo la sua diffidenza nei nostri confronti.