Chicco

15 03 2010

Cominciamo col dire che  Chicco non è mai stato un cane pauroso, né tanto meno fobico. Sempre socievole con cani e persone, sapevamo che era un cane di indole pacifica, eccezionale sotto molti aspetti, animato da forti motivazioni sociali, affettive e collaborative.

Trovargli una casa non è stato comunque semplice; tanti sono gli anni che ha trascorso in canile, nonostante questa sua innata capacità di relazionarsi con le persone.

L’esempio di Chicco ci serve per inquadrare ciò che vorremmo per ogni cane del rifugio: un cane equilibrato in grado di adattarsi a qualsiasi tipo di ambiente.

E con lui è stato così.

Mai avremmo pensato, infatti, che sarebbe stato capace di andare d’accordo non solo con altri cani – su questo contavamo – ma anche con altri animali, e in particolare gatti e pony.

Già, perché la signora che l’ha adottato, vive in una casetta in campagna assieme a un gran numero di animali, liberi di scorrazzare in un terreno grandissimo, interamente recintato.

Chicco rappresenta il punto di arrivo del nostro operato, un esempio verso il quale tendere.

Nel suo caso, non ci siamo trovati di fronte ad alcuna paura, semmai a un lieve disagio dovuto alla non conoscenza dei pony (non sappiamo se avesse mai visto gatti), cosa che Chicco ha superato però brillantemente e in pochissimo tempo.

Per questo è importante lavorare con i cani del canile in modo da far vivere loro esperienze diverse dalle quattro mura del loro box e il settore dove escono, in mezzo a un coro di latrati che non gli permettono, a volte, neanche di godersi l’uscita.

Portare fuori i cani in passeggiata, far conoscere loro altre realtà, come la macchina, la città, altri animali, persino bambini, cercando di vagliare tutte le sfaccettature di una possibile futura adozione, tutto questo per far sì che una volta inseriti nel mondo fuori, essi non rimangano traumatizzati e si ambientino il più serenamente possibile, riducendo al minimo i rischi di un rientro.

Questo è l’obiettivo che dobbiamo prefiggerci.

Annunci




I cuccioli calabresi

15 03 2010

Un caso che abbiamo seguito un annetto fa, è quello di due cuccioli che vivevano randagi in Calabria. Quando si fa volontriato in canile, si finisce per avere un cuore sempre troppo grande. Così, dopo aver letto un annuncio che parlava di questa situazione limite, in cui due cuccioli erano abbandonati per strada da soli e senza mamma, in un paesino sperduto della Calabria, dove, si sa, ai cani non viene data molta considerazione, decidemmo di comune accordo con Alessandra, anche lei volontaria in canile, di farli arrivare a Roma, sperando di riuscire a trovare al più presto una famiglia pronta ad accoglierli.

In realtà, fin dal loro arrivo, ci rendemmo conto che erano molto spaventati, ma sul momento attribuimmo la cosa al lungo viaggio e al repentino cambio di ambiente.

Li chiamammo Tristano e Isotta,  avevano circa tre mesi e un mucchio di speranze per un futuro roseo.

Non avendo possibilità di tenerli in casa, li mettemmo in una pensione dove Alessandra andava tutti i giorni per farli mangiare e, quando possibile, portare fuori a passeggio. Mentre Isotta sembrava sì timida, ma comunque ben disposta nei nostri confronti, Tristano ci apparve subito più problematico. Diffidente, sempre in disparte, non si avvicinava a noi, girava al largo guardandoci di sottecchi, facendo ampi giri per studiare i nostri movimenti, costantemente teso.

Mentre il tempo passava e noi spargevamo in giro annunci su annunci, la loro mole, che cresceva rapidamente verso la taglia grande, e il loro carattere introverso, non ci aiutavano a promuoverne a dovere l’adozione.

E così il passar dei mesi e l’ambiente privo di stimoli positivi, contribuirono a rendere i due cuccioli ancora più diffidenti di quand’erano arrivati. Le loro paure sembravano aumentare.

Ormai avevano cinque mesi, erano con noi da due e niente si muoveva. Cominciammo seriamente a pentirci della decisione di portare via quei cuccioli dalla Calabria con la presunzione che sarebbe stato facile farli adottare.

Poi, le cose iniziarono a girare. Alessandra trovò casa a Tristano presso una sua collega, rimasta colpita dalla storia di questo cucciolone che non si fidava di nessuno, che non si lasciava avvicinare, che si faceva mettere il guinzaglio solo dopo essersi schiacciato addosso al muro con uno sguardo carico di paura. Dopo aver illustrato apertamente a questa signora tutte le difficoltà che quell’adozione avrebbe comportato, prima fra tutte l’eventualità che ci sarebbero potuti voler dei mesi prima di riuscire a stabilire un contatto ravvicinato col cane, lei, ben determinata, decise di adottarlo. Prima che lo portasse con sé le suggerimmo di lasciarlo tranquillo per i primi tempi, di non forzarlo a stabilire un contatto, di fare tutto come se lui non esistesse, lasciando che fosse lui a decidere di fare il primo passo.

E cosi fece, ma le cose non sembrarono andare molto bene.

Tristano si rintanò nell’angolo più nascosto del giardino e, per non farsi vedere in giro, usciva dal suo nascondiglio per mangiare soltanto la notte. Se ne stava sempre celato alla vista, fermo in quel cantuccio dove in seguito fu sistemata la sua cuccia, muovendosi solo in assenza delle persone.

Fu una cosa molto lunga e la signora, che forse aveva sottovalutato l’impegno, più di una volta mostrò segni di cedimento verso quel cucciolo che non sembrava essere minimamente felice della sua nuova vita.

Ma ha tenuto duro. Anzi entrambi hanno tenuto duro. E pian piano, Tristano ha fatto i suoi passi. Senza forzature.

Ci sono voluti molti mesi, ma  col tempo ha iniziato a mangiare (anche con gli esseri umani nei paraggi) e a farsi un giro in giardino, sempre guardingo, pure se non era solo.

Oggi è un cane con tante difficoltà: se arriva qualcuno a casa, che non siano i suoi padroni, si rifugia nel suo angolo e non si fa toccare; al di fuori dal suo giardino non si sente sicuro e quindi non ama uscire in passeggiata. Nonostante tutto però, ha trovato una sua dimensione e, ciò che più conta, ha imparato a fidarsi delle persone della sua famiglia umana; con loro è sereno, riesce a godersi le carezze e a farsi una corsa in giardino dimenticando, anche se per poco, le sue terribili paure.

Per Isotta, la sorellina, c’è voluto ancora più tempo perché trovasse una casa, ma alla fine le si sono spalancate le porte di una villetta nientemeno che a Bolzano.

Pensavamo che per lei fosse più facile ambientarsi, poiché sembrava più socievole del fratello, ma ci sbagliavamo.

Come Tristano, si scelse un angolo del giardino, ben nascosto, e rimase lì.

Dopo quattro giorni, la ragazza che l’aveva adottata ci chiamò dicendo che voleva riportarla a Roma perché la piccola non mangiava, non interagiva né con loro, né con il loro cane e lei pensava fosse una crudeltà tenerla in quel modo, visto che io le avevo parlato si di una cagnolina timida ma non certo inavvicinabile. Fu una sorpresa anche per noi rivedere in lei gli stessi problemi del fratello.

Chiedemmo all’adottante di darle un po’ di tempo, di non forzarla, di lasciarla tranquilla nella sua cuccia, lasciandole modo di prendere coraggio e fare il primo passo. Qualche giorno dopo ci arrivò via e-mail una foto di Isotta assieme a dei bambini! La sua padrona ci scrisse che aveva invitato dei bambini a casa per il compleanno del figlio; erano pochi, appena cinque bambini, e giocavano fuori in giardino. Lei aveva detto loro di lasciare in pace Isotta, ma lei, a un certo punto, incuriosita forse dal clamore e dalle risa, era uscita dalla cuccia e con fare timido si era avvicinata ai bambini.

Questa cosa ci ha ragionevolmente colpito, poiché la prima cosa che avevamo pensato nel sentir parlare di un bambino, era che un cane così timido potesse seriamente spaventarsi di fronte ai modi sempre troppo vivaci dei bambini.  Per qualche motivo, invece, su di lei ha avuto l’effetto opposto.

Non è da escludere che, nella strada polverosa della Calabria da cui è stata prelevata, non giocasse con dei bambini. È soltanto una congettura, ma il loro ricordo potrebbe averla spinta ad avvicinarsi anche ai piccoli bolzanesi.

Giorno dopo giorno Isotta ha acquistato sempre più fiducia e oggi, pur  avendo un atteggiamento dimesso verso gli uomini (è molto più socievole verso le donne), è un cane sereno, capace di andare in vacanza con tutta la sua famiglia su un camper, a zonzo per l’Italia.





Interpretare i segnali

8 03 2010

Per consentirci di comprendere il loro stato d’animo, i cani ci mandano continuamente dei segnali, tramite i quali cercano di farci capire quando sono ben disposti nei nostri confronti, quando hanno voglia di giocare, quando invece sono a disagio o, peggio, hanno paura.

Si tratta di una serie di segnali di stress (grattarsi, sbadigliare) e calmanti (come leccarsi il muso, guardare l’altro in modo non diretto, avvicinarsi seguendo traiettorie non dirette, mettersi pancia a terra, socchiudere gli occhi), che il cane usa per calmare se stesso innanzitutto, per darsi modo di trovare la giusta risposta a uno stimolo esterno, e per tenere bassa la tensione di un nuovo incontro; vi sono poi i segnali di pacificazione (assumere atteggiamenti et-epimeletici come mettersi pancia all’aria, invitare al gioco, leccarsi il muso) e di criptazione (voltare la testa altrove, annusare in terra, sedersi di spalle), che vengono usati per lo più per far comprendere all’altro individuo – sia esso uomo o cane – il proprio stato d’animo, le proprie intenzioni benevole (nel caso di pacificazione) o di indifferenza e chiusura (nel caso di criptazione).

I segnali di disposizione (legate alla postura: baricentro spostato avanti o indietro, altezza della coda, disposizione delle orecchie), permettono al cane di informare gli altri di come si pone di fronte a una data situazione (come può essere un nuovo incontro o un altro stimolo esterno); i segnali di richiesta, di ingaggio e di allerta servono al cane per invitare l’altro in un’attività piacevole (es. gioco o epimelesi), avvisare gli altri di un’attività che si sta per intraprendere (es. abbaiando) o di un pericolo di fronte al quale reagire (l’abbaio in questi casi può avere funzioni diverse e differenti tonalità);  ci sono poi i segnali di presenza (la marcatura o l’abbaio), per avvisare della propria presenza su un territorio.

Per riconoscere quando un cane ha paura, dobbiamo saper osservare tutti questi segnali. In particolar modo, un cane che emetta continuamente segnali di calma e di pacificazione, ci sta comunicando tutto il suo disagio di fronte a una data situazione.

La postura, in questi casi, a seconda che sia spostata indietro o in avanti, può esserci utile per capire se, di fronte a questo disagio, egli reagirà in modo remissivo o aggressivo.

Altri segnali possiamo leggerli nella mimica facciale (ad es. mostrare i denti, sguardo fisso o sfuggente), nella gestualità del corpo (movimento della coda, delle orecchie, della lingua) e nel movimento (come le traiettorie, diritte o curve), nella prossemica (vicinanza o lontananza dagli altri soggetti)  e nell’osservazione del pelo (come la classica piloerezione del mantello sulla schiena).

Il classico cane che ringhia col pelo dritto è certamente un cane potenzialmente aggressivo, ma qui occorre osservare con attenzione altri elementi: se le orecchie sono tese indietro, la postura è bassa e la coda è tra le gambe, ci troviamo di fronte a un cane che, con ogni probabilità, ci attaccherà solo se continueremo a importunarlo, fosse anche solo guardandolo, perché ha paura di noi. In un caso come quello appena descritto, il baricentro spostato all’indietro potrebbe però essere suscettibile di un’interpretazione differente: il cane potrebbe essere più disposto alla fuga che ad aggredire.

Sfortunatamente, la maggior parte delle persone, anche quelle che hanno un cane, non sanno interpretare i messaggi che ricevano dal proprio compagno a quattro zampe.

Difficilmente, di fronte a un cane che esprime disagio, la gente si domanda a cosa è dovuta tale reazione. Il più delle volte il primo pensiero è che quel povero cane è stato maltrattato, il che potrebbe essere anche vero, ma in tal caso la prima cosa da fare sarebbe cambiare totalmente approccio, cercando di destare l’interesse nel cane nei nostri confronti e non obbligarlo a interagire con noi.

Se solo guardassimo di più i nostri cani, impareremmo molte cose. Basterebbe osservali giocare al parco per rendersi conto di chi, in un gruppo di cani, in quel momento si diverte di più o di meno, se c’è qualcuno in soggezione rispetto agli altri, se è presente un elemento più forte che tende a prevaricare gli altri, chi tra di essi emette in modo più insistente segnali di calma per allentare la tensione.

Già questo potrebbe essere utile a inquadrare che tipo di relazione, il nostro cane, è abituato a impostare con i conspecifici.

Sfortunatamente, molte persone portano il proprio cane al parco con l’idea di lasciarlo “sfogare”, senza badare molto a come si comporta, passando quella mezz’ora – spesso anche meno – al cellulare o chiacchierando con gli altri “canari”.

Non è inusuale che proprio questo fenomeno sia all’origine del malessere – per i proprietari inspiegabile – a causa del quale questi cani non si divertono affatto quando vengono portati al parco.

Sforzarci di capire i nostri cani, dedicandogli appieno il nostro tempo, è la base per cercare di risolvere alcune delle loro paure che, non di rado, dipendono – o vengono accentuate – da nostri errati comportamenti.

In canile, queste situazioni sono portare all’eccesso, sia per lo scarso tempo a disposizione dei volontari, sia per la difficoltà di relazionarsi a dovere con i cani (ambiente rumoroso, larga diffusione di odori, livello di stress molto alto ecc.), ma ciononostante è possibile osservare il comportamento dei cani durante le  uscire nel loro settore, nonché all’interno dei box, cercando di comprendere i segnali che ci mandano.

Capirli è essenziale per poter iniziare un percorso, lungo e non certo facile, che col passar del tempo – del nostro tempo – potrà arrivare a dare dei buoni frutti.

A loro modo, i cani parlano.

Siamo noi che non li capiamo.





Rinforzo positivo e autoaccreditamento

8 03 2010

Nella maggior parte dei cani, la motivazione primaria dell’appetito è molto forte e riesce a far vincere loro – anche se solo per un momento – anche stati paurosi ben radicati.

Non è inusuale infatti che al rifugio, cani che normalmente si tengono a distanza da noi, poi vengano a mangiare un bocconcino dalla nostra mano, se glielo porgiamo nel modo giusto (generalmente accovacciati e guardando altrove); si tratta di brevi istanti, dopodiché il cane gira sui tacchi e fa quei due o tre metri che gli consentono di tenerci al di fuori della sua cosiddetta bolla di tolleranza.

Questo lavoro, che molti volontari svolgono senza nemmeno saperlo e un po’ a caso, se mirato al raggiungimento di uno scopo specifico, rappresenta un primo importante step verso quella che poi dovrà svilupparsi come una relazione sociale con noi. Ovviamente stiamo parlando di cani che hanno paura delle persone e grosse difficoltà a impostare una relazione con un essere umano che sia anche solo di tolleranza nel condividere uno stesso spazio. Col passare del tempo il cane imparerà a non temerci, che l’individuo-uomo è fonte di soddisfazione per il suo appetito e questo farà in modo da metterci in una luce migliore ai suoi occhi. Quindi cominceremo a premiarlo con un bocconcino tutte le volte che ci guarderà, che ci verrà vicino, che ci permetterà di accarezzarlo, procedendo in questo modo fino ad ottenere da lui sempre maggior confidenza. È opportuno che questo lavoro venga compiuto da più di una persona, per non correre il rischio che si crei un legame morboso con una sola persona, che rischierebbe di trasformare quella relazione in una sorta di dipendenza.

Mentre il cane acquista maggior fiducia in noi, man mano che gli incontri si svolgono, on solo noi veniamo accreditati come persone verso cui non aver paura, ma il cane stesso aumenta la propria autostima, vincendo la sua diffidenza nei nostri confronti.





Cani tutor e osmosi emozionale

8 03 2010

Può capitare che un cane abbia delle paure talmente radicate verso le  persone o verso l’ambiente canile, da impedirgli di fatto qualsiasi interazione con noi, nonostante l’uso di bocconcini.

Se questo accade, l’ostacolo da superare potrebbe essere insormontabile. Bisognerebbe interpellare un veterinario comportamentalista, il quale con ogni probabilità affiancherebbe una terapia medica a quella comportamentale.

Non ci addentreremo in questo campo, almeno per il momento.

C’è una possibilità prima di arrivare a tanto.

Spesso, un cane che è giunto a tale livello di paura è un cane che ha vissuto sempre in box da solo o in compagnia di altri cani con il suo stesso stato emozionale. Cani che hanno rinforzato, nel tempo, le proprie rispettive paure – a volte fino a farne delle autentiche fobie – e da cui non sono in grado di uscire con il semplice intervento umano.

In canile ci è capitato diverse volte di trovarci a spostare cani con questo tipo di problemi in box dov’erano presenti cani con un’alta motivazione sociale interspecifica. Così, quando quel cane pauroso ha cominciato a vedere il suo compagno (o la sua compagna) relazionarsi in modo aperto con noi, farsi accarezzare senza remora alcuna, la prima cosa che abbiamo scorto è stato una sorta di interesse misto a stupore, in quello che fino ad allora si era sempre mostrato come uno guardo fisso e in continua allerta. Ciò non significa che abbiamo mai assistito a dei miracoli: un cane non muta atteggiamento da un giorno all’altro, ma accade qualcosa in lui, che lo porta a riconsiderare le rappresentazioni interne che si è fatto di quella data situazione e di quelle date persone. È, naturalmente, solo l’inizio di un processo lungo e impegnativo.





Il gioco

8 03 2010

Un cane impara fin dalla nascita a relazionarsi con i suoi simili per mezzo del gioco. La lotta coi fratellini per arrivare alle mammelle della madre, le simulazioni di lotta, i rituali di sottomissione, tutto nella vita di un cucciolo avviene per mezzo del gioco. Crescendo, il cane trasforma quei rituali in rappresentazioni di vita e basa su di esse le risposte agli stimoli che riceve dall’esterno.

Quando un cane ha paura di qualcosa, non pensa certo a giocare; la sua attenzione è interamente rivolta all’oggetto della sua inquietudine. Quello che però è possibile fare, per mezzo del gioco, è anticipare il momento in cui la paura sta per manifestarsi, se siamo in grado di farlo. Ad esempio, se sappiamo che quel cane ha paura di un certo rumore o di un dato individuo che sappiamo essere sul punto di arrivare, possiamo distrarlo attirando la sua attenzione con un gioco che lo attivi cognitivamente e richieda la sua attenzione su quella cosa particolare. In quest’ottica, tirargli la pallina potrebbe non assolvere a questa funzione, poiché una volta recuperata, egli potrebbe essere attratto dall’oggetto della sua paura.

È consigliabile utilizzare giochi che richiedano una concentrazione piuttosto lunga, come un problem solving (per esempio oggetti con all’interno dei bocconcini che il cane debba cercare di aprire per mangiarli); o esercizi di Doggy zen, che richiedano una centripetazione del cane nei nostri confronti (ad esempio, per iniziare: tenere in mano dei bocconcini e lasciarglieli mangiare solo quando ci guarda, premiando la ricerca di relazione).

In sostanza si tratta di mettere in atto una serie di attività che siano piacevoli per il cane e allontanino la sua attenzione dalla paura; a lungo andare, questo esercizio potrebbe attenuare molto la paura di questo o quello stimolo esterno, in quando inizierebbe ad associarvi non più l’elemento negativo paura ma qualcosa di positivo.

Per finire, come non citare gli attrezzi di mobility dog, utilissimi per permettere al cane di prendere maggior confidenza con i movimenti (esercizio di salire e scendere da una rampa ruvida), con l’equilibrio (camminare su una stretta passerella), con i rumori (muoversi sopra una superficie scricchiolante come ad esempio una ondulina), con i luoghi chiusi e/o stretti (attraversare una “galleria” come per esempio un tubo rigido o una struttura appositamente creata), facendo sì che aumenti la consapevolezza del e, di conseguenza, l’autostima.

In canile è assai difficile riuscire a mettere in pratica questo tipo di lavoro, specialmente se non si dispone, come spesso accade, di un’area apposita, attrezzata all’occorrenza.

Quello che  si può fare è portare fuori i cani al guinzaglio, in passeggiata.  Non si può parlare di gioco in questo caso, ma di un inizio di relazione uomo-cane. In questi casi, una volta fuori dal canile, sia pure al guinzaglio, è possibile mettere in pratica qualcuno degli esercizi suddetti.





Goldie

8 03 2010

Abbiamo trovato Goldie per la strada circa un anno e mezzo fa. Era appena sfuggita a una macchina che l’aveva quasi investita ed era spaesata. Più tardi scoprimmo che una persona della nostra zona l’aveva vista una settimana prima mentre veniva scaricata da un’auto in corsa. Goldie è giovane, avrà sì e no due anni, e pensiamo sia incrociata con un Golden Retriever, poiché la somiglianza è davvero notevole. Con le siamo stati sfortunati: più di una volta ci è capitato di trovare delle possibili adozioni che poi, per i più svariati motivi (non dipendenti dal cane), si sono sempre risolte con un buco nell’acqua. Goldie alloggia in una pensione per cani, nulla di diverso dal canile in realtà, se non fosse per il box molto spazioso, che comunque condivide con altri quattro cani. Lei non vive affatto bene questa situazione: all’interno del box è sempre molto nervosa e quando entriamo per pulire lei è sempre molto competitiva con gli altri cani per avere le sue carezze esclusive; anche il momento del cibo è vissuto con estrema tensione e noi dobbiamo essere molto veloci nel sistemare le ciotole in modo distanziato affinché i cani non si innervosiscano. Bisogna aggiungere che questa pensione non ha a disposizione aree di sgambamento, per cui dobbiamo essere noi quando possiamo – non molto spesso purtroppo – a portare fuori i cani al guinzaglio. Tutto questo frustra terribilmente tanto Goldie quanto gli altri cani, e così per un certo periodo abbiamo spinto la sua adozione il più possibile, portandola spesso fuori, facendole foto e filmati nella sua relazione con gli altri cani, con le persone, e persino con gatti e bambini. Goldie si è sempre dimostrata molto dimessa all’esterno, perdendo quella prepotenza che un po’ la distingue all’interno del box. Ci siamo accorti di come vada tranquillamente al guinzaglio, di come osservi calma tutto ciò che di nuovo si trova a conoscere, di come non abbia alcun problema a venire a contatto con i bambini, di come i gatti la incuriosiscano (senza per questo farne delle prede). Goldie ci dimostra ogni volta come il suo comportamento cambi totalmente dal box all’esterno. Naturalmente più esperienze riesce a fare, maggiori saranno le possibilità che, una volta adottata, non vada incontro a esperienze disturbanti. Il fatto di conoscere già da ora quello che l’aspetta, deve essere una garanzia tanto per lei quanto per il futuro adottante. Tutto questo per dire che il comportamento di un cane del canile a volte può non corrispondere al suo atteggiamento fuori; la paura, nata dalla non conoscenza, può insorgere anche una volta che venga adottato. Per questo, lo ripetiamo ancora una volta, è essenziale che ogni cane potenzialmente adottabile, esca dal canile per vivere quelle esperienze che un giorno potrebbero rappresentare il suo futuro.